martedì 5 gennaio 2016

1921: Livorno tra il congresso socialista e l’adunata dei fasci di combattimento


Livorno tra il congresso socialista e l’adunata dei fasci di combattimento. Precipitano le condizioni della democrazia

 Paola Ceccotti

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Il 15 gennaio 1921 si aprirono a al teatro Goldoni di Livorno, sede di una amministrazione comunale socialista appena insediata, i lavori del XVII Congresso del partito socialista che si conclusero dopo un dibattito turbolento con la scissione del partito.

I delegati della mozione comunista abbandonarono la sala, si recarono cantando l’Internazionale guidati da Bordiga al teatro S. Marco inaugurando il 1° Congresso Comunista. Facevano parte del nuovo partito Terracini, Gramsci, Grieco, Scoccimarro, Berti.

Secondo Arfé ci fu una incapacità del partito socialista di cogliere i segnali del cruciale momento politico sociale:
“Nel precedente biennio nessuno dei gruppi dirigenti era stato in grado di impostare in termini realistici il problema di dare uno sbocco alla tumultuaria volontà di potere delle masse. Il biennio che si apre con la scissione di Livorno e si chiude con la ‘ marcia su Roma’ sarà caratterizzato dalla incapacità della maggioranza massimalista di rendersi conto che la lotta è entrata in una nuova fase e di elaborare una linea di difesa attiva e di tradurla in atto” .

Teatro San Marco
Teatro San Marco

In conseguenza della formazione della nuova forza politica, nella seduta del Consiglio Comunale del 21 febbraio 1921 il Sindaco dava comunicazione delle dimissioni di Ilio Barontini dall’incarico di assessore supplente. Nel corso di tale seduta venne aperta la discussione sul bilancio preventivo 1921; il consigliere Barontini intervenne dichiarando di approvare il bilancio con la specificazione che mentre la minoranza bianca si lamentava dell’aggravio di imposte sulla proprietà immobiliare, la frazione comunista sosteneva invece che essa avrebbe dovuto essere gravata di più, “con la sovrimposta di 380 per ogni 100 lire di imposta erariale”.

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Spartaco Lavagnini sito web Anpi Grosseto
I consiglieri socialisti invece dicevano che non era comunque nello spirito socialista far scomparire la piccola proprietà ma realizzare forme di maggiore equità, e quindi mentre la borghesia aveva raddoppiato i dazi di consumo che colpivano i lavoratori, i socialisti intendevano colpire i redditi degli abbienti. Il bilancio venne approvato in prima lettura con 40 voti favorevoli e 10 contrari. Nella seduta successiva del 22 febbraio il Consiglio deliberava l’approvazione della sovrimposta su terreni e fabbricati e quella sui redditi di ricchezza mobile, punti cardinali del programma.
In quell’anno i Fasci di combattimento cercano di riorganizzarsi, creando strutture legate al territorio e rafforzando il coordinamento con altre formazioni locali.
Il 3 gennaio 1921 si insediava il Consiglio direttivo dei Fasci di combattimento nei locali dell’Unione Liberale; il 20 gennaio usciva il primo numero di “ A Noi!”, organo del fascio di combattimento di Livorno, direttore Paolo Pedani. Di ispirazione vagamente populista, cessò la pubblicazione poco dopo le elezioni dello stesso anno.

Sul territorio dilagava la violenza squadristica Viene ucciso a Firenze Spartaco Lavagnini che aveva aderito all’idea comunista dirigendo i cinque numeri del settimanale L’ Azione comunista” fino al 27 marzo quando venne freddato da quattro colpi di pistola sparati da alcuni squadristi.

Il 1921 fu l’anno in cui si fece sentire pesantemente la crisi industriale. Gli industriali reagirono con riduzioni salariali con una lotta aperta alle organizzazioni dei lavoratori ed in particolare verso gli operai sindacalizzati, in concomitanza alla parallela azione delle squadre fasciste. Cominciò ad essere praticato il licenziamento in massa degli operai in molti settori produttivi, in particolare in quello metallurgico-meccanico.

cantiere navale6Al Cantiere i primi licenziamenti avvennero in gennaio insieme a riduzioni di orario per tutti gli operai, in febbraio i licenziamenti interessarono anche la SMI, dove scesero in sciopero anche gli impiegati e i conduttori elettrici.

Nella seduta consiliare del 1° marzo 1921 veniva approvato in via definitiva il bilancio con l’unanimità dei presenti, con trentadue voti per alzata di mano, ma con l’assenza della minoranza capeggiata dall’avv. Corcos, cui il Sindaco aveva rivolto un appello non ascoltato ad essere presenti in aula.
Sull’intensificarsi degli attacchi alle istituzioni e alle organizzazione dei lavoratori venivano presentate interrogazioni parlamentari al ministro dell’Interno e al presidente del Consiglio dei ministri: Philipson demo-liberale “Sui dolorosi e gravissimi fatti di Firenze”; Coda di Rinnovamento “Sull’efferato eccidio dei marinai ad Empoli”; Targetti socialista “Sui fatti di Firenze”; Mascagni socialista “Sui fatti di Siena”; Treves socialista “Per sapere perché fu distrutta la casa del popolo di Siena”…
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Livorno nella guerra nella rivoluzione nell’impero edizione dei fasci di combattimento

Anche a Livorno la situazione precipitava con gravi incidenti nelle piazze dove trovava la morte anche il giovane fascista Ugo Botti. Il Sindaco per essersi rifiutato di esporre la bandiera a mezz’asta il 16 marzo veniva aggredito e percosso da un gruppo di giovani, verso le 23 mentre tornava alla propria abitazione di piazza Magenta. Le violenze non cessarono.

Il 15 marzo in corso Umberto la bottega dell’anarchico Campolmi viene devastata con “scambio di rivoltellate” All’indomani di questi scontri nello stesso teatro Goldoni che pochi mesi prima aveva ospitato il Congresso socialista si apriva la prima “Adunata regionale toscana dei Fasci di combattimento”, in preparazione al convegno nazionale di Roma, con consegna di gagliardetto ai partecipanti da parte delle rappresentanti femminili delle più note e facoltose famiglie della borghesia cittadina.

Nella cronaca cittadina si presenta un Goldoni decorato e addobbato per l’occasione con trofei, bandiere nazionali, piante ornamentali. I primi palchi ospitavano gli esponenti della borghesia con signora; i Menicanti, Trumpy, Tonci Ottieri (che sarà l primo podestà), Perti, Villarosa, Orlando, Cave Bondi. Alla adunata erano presenti Umberto Pasella a capo del Comitato centrale, e Alessandro Burnside segretario politico del fascio di Livorno, numerose le rappresentanze intervenute da altre città della Toscana.
goldoni.Tra gli interventi, quelli di Perrone (che avrebbe guidato dopo circa un anno le squadre fasciste della Toscana contro la legittima amministrazione comunale), e Pasella (già segretario della Camera del lavoro di Piombino, aderente all’USI prima di diventare interventista e poi segretario nazionale del Fascio ) che confermarono l’indifferenza per le questioni puramente teoriche a favore della supremazia dell’azione. Infatti le “adunate” si proponevano di creare legami territoriali, allargando la trama del movimento, che via via precisassero l’azione al di là di prospettive ideologiche.
In tale occasione venne pubblicato un opuscolo dal titolo “Orientamenti programmatici dei fasci italiani di combattimento” dove erano presentate varie relazioni con i seguenti argomenti: la posizione teorica e pratica del fascismo di fronte allo stato; l’assalto allo stato , la posizione del fascismo di fronte alla questione agraria, i fasci e l’organizzazione sindacale.

Il 26 marzo, giorno di sciopero per la liberazione del leader Malatesta, ci furono gravi scontri tra operai e squadre fasciste, impegnate dalla mattina alla sera a “tutelare la libertà del lavoro” ed  ad ostacolare in ogni modo la riuscita della protesta.

Livorno primo novecento, altri articoli:

Arrigo Catani: un combattente della guerra di Spagna


guerra di Spagna Arrigo CataniSettembre 1933. Arrigo Catani, giovane livornese di 24 anni, veniva trovato in possesso di stampa sovversiva e in ottobre era costretto ad espatriare in Corsica insieme ad altri 9 accesi sovversivi.

Raccontiamo qui in breve, facendo ricorso anche ai ricordi personali, la sua storia vissuta con passione e amore per la libertà

Paola Ceccotti

Negli anni ’60 Arrigo aveva una bottega in via delArdenza Terra, Via del Littorale (drogheria Simoni)Littorale dove si vendevano scarpe, pochi modelli semplici e adatti al mare, le Superga di quei tempi, scarpe da tennis che odoravano di gomma, e sandali di caucciù indispensabili per andare a fare il bagno sul viale di Antignano con discese molto impervie tra sassi e pietre.

Ricordo i bimbi della vicina colonia estiva che affollavano la bottega, accompagnati dalle suore, per comprare i sandali da mare. Antignano in quel periodo era un paese alla periferia della città, il viaggio con l’1 quasi interminabile, oltretutto al ritorno, d’inverno, le corse erano piuttosto limitate e si doveva non perdere l’ultima prima dell’imbrunire.

Alla bottega di Arrigo e Lea, come la chiamava lui abbreviando il nome di battesimo Leontina, si fermavano a chiacchierare persone le più diverse per passare il tempo. Arrigo interveniva raramente nella discussione mentre sistemava le scatole di scarpe o lavorava da calzolaio nel suo sgabuzzino in fondo al locale lasciando Lea a padroneggiare la scena; gli argomenti spaziavano dalla politica alla pittura alla cronaca del piccolo borgo. Si sentiva parlare di anarchia, di Malatesta come se fosse persona conosciuta molto da vicino, della Cina, di letteratura, di scrittori a quel tempo attuali, come Vittorini.  A casa da loro arrivavano riviste come Umanità Nova e altre sulla rivoluzione maoista piene di fotografie con schiere di cinesi perfettamente inquadrati dove esplodeva il colore rosso.

No_pasarán!_Madrid_modSapevo che Arrigo era stato in Francia e in Spagna nel 1936 come combattente, ma era impossibile immaginare un profilo rivoluzionario dietro quel pacifico e preciso ciabattino.
Poi, per caso. sfogliando il volume “Gli alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945)” raccolta di documenti anglo-americani sulla situazione italiana, tra le personalità livornesi dopo il Vescovo mons. Piccioni e il Sindaco Furio Diaz ho trovato con grande sorpresa che si parlava del leader Arrigo Catani come capo di una formazione politica non classificabile con le denominazioni partitiche classiche, si diceva: “… è membro del Comitato di Liberazione,… Ha dichiarato che il suo partito (che potrebbe consistere in 40-50 persone) simpatizzava per la dottrina comunista; non avevano nessun programma di partito ma volevano solamente essere democratici e avere sindacati indipendenti” Tale gruppo doveva essere tuttavia non privo di interesse se si era meritato l’attenzione delle truppe alleate.
Spinta dalla curiosità, ho continuato a cercare quaanarchia livornolche altro riferimento, ma purtroppo alla sede anarchica di Livorno non esisteva più documentazione storica essendo stato trasferito tutto all’Archivio della Federazione Anarchica Italiana in Imola dall’aprile 1988, a seguito di un delibera congressuale del FAI del 1987, e d’altra parte erano ormai scomparse le persone, quegli anarchici che frequentavano la casa e la bottega di Antignano che avrebbero potuto portare ulteriori testimonianze su quei fatti di ottanta e più anni fa.

Ma un concreto riferimento alla attività di Arrigo Catani era comunque reperibile in albi istituzionali da cui risultava un’intensa attività di impegno politico antifascista, come ad esempio nell’ archivio dell’Istituto Grossetano della resistenza e dell’età contemporanea dove troviamo i seguenti dati :

Nome del volontario: CATANI ARRIGO
Nome di battaglia: Si firma Baffino Luogo di nascita: Livorno
Appartenenza politica: Anarchico
Battaglione/Brigata: Colonna Ascaso (Colonna italiana “Rosselli”)
Professione: Facchino, falegname, marmista, calzolaio
Biografia: Nato il 5/6/1909 a Livorno LI da Alfredo e Annunziata Manetti.
Fermato nel settembre 1933 per possesso di stampa sovversiva, espatria nell’ottobre per sfuggire al carcere prima in Corsica poi, espulso, nel 1934 è a Marsiglia.
Continua l’attività antifascista all’estero, iscritto in Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche.
È in Spagna dall’agosto 1936, nel febbraio 1937 è segnalato come combattente nella Colonna italiana.
Dopo i fatti di Barcellona, lascia la Spagna ed è a Marsiglia, Parigi e Bruxelles.
Nel 1939 è arrestato e condannato a 3 mesi di carcere.
Nell’agosto 1943 rientra in Italia e partecipa alla Resistenza a Livorno. Muore ad Antignano (LI) il 17/12/1977. Note: Compagno di Armida Prati

 E ancora:

  • Catani Arrigo Note: compagno di Armida Prati “…nell’agosto 1943 rientra in Italia, viene incarcerato e condannato dopo tre mesi carcere, e liberato dopo l’8 settembre. In seguito partecipa alla Resistenza a Livorno. Dal 1950 al 1956 è di nuovo in Francia. Nel dopoguerra continua ad essere vigilato. Muore ad Antignano (LI) il 17/12/1977.”
  • Prati Armida era figlia di Maria Amalia Melli sorella di Elena Melli compagna di Malatesta. Luogo di nascita: Apt (Vaucluse). Negli anni trenta compagna dell’anarchico di Livorno Arrigo Catani. Nell’estate del 1936 passa in Spagna insieme a Catani e con lui si arruola nella Colonna Ascaso (Colonna italiana “Rosselli”)

Unità archivistica busta/e 1179  fasc. denominazione: Catani Arrigoanarchia1

estremi cronologici: 1933-1943
nota archivistica
nel fascicolo è presente: scheda biografica
Informazioni personali
data di nascita: 1909
luogo di nascita : Livorno – Toscana
luogo di residenza : Belgio
colore politico:anarchico
condizione/mestiere/professione: facchino, falegname
annotazioni rispostate sul fascicolo: iscritto alla Rubrica di frontiera

guerra spagna rodomonteUnità archivistica busta/e 4113 fasc. denominazione:  Pradi Armida

estremi cronologici: 1937-1942nota archivisticanel fascicolo è presente: scheda biografica
Informazioni personali
data di nascita: 1918
luogo di nascita : Francialuogo di residenza : belgiocolore politico : comunistacasalingafacchino, falegname
annotazioni rispostate sul fascicolo: iscirtto alla Rubrica di frontiera
codice identificativo P12488

Nel 1926, all’indomani della presa di potere del fascismo, si era costituito il gruppo anarchico “Fiorentina”(dal nome del rione di Livorno); il 6.10.1933 Arrigo era costretto ad espatriare con Nesi Rodomonte ed altri via mare, approdavano a Bastia e poi si trasferivano a Marsiglia.  La piccola imbarcazione con cui il gruppo riuscì a raggiungere Bastia era stata reperita da Nesi che come pescatore conosceva l’ambiente della piccola marineria e dei calafati.

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Al principio del ’37 le autorità italiane venivano informate dei nominativi componenti la Colonna Ascaso; comunisti, socialisti, anarchici, tra cui Arrigo. La “fonte” era stata una spia che aveva copiato gli appunti di un sovversivo, tornato dalla Spagna. La stessa fonte nel ’38 aveva poi riferito l’elenco degli anarchici che avevano combattuto sul fronte di Huesca, tra cui si trovava menzionato Arrigo Catani.
I volontari livornesi nella guerra antifascista di Spagna 1936 – 1939 provenivano da ideologie politiche diverse ma erano tutti accomunati dal comune spirito antifascista.

Le varie appartenenze politiche sono indicate da Giancarlo Pajetta nel suo lavoro “Livornesi oltre i Pirenei”: 24 Comunisti, 18 Anarchici, 4 Socialisti, 4 Antifascisti, così come si qualificarono al momento dell’arruolamento. I caduti furono: Gasparri Menotti, Pessi Ovidio, Perini Giulio, Lorenzini Ugo, Nesi Rodomonte, Lastrucci Primo, Marrucai Oreste, Santigli Lionetto. Complessivamente vennero censiti:

Anselmi Luigi, Aureli Pietro, Barontini Ilio, Bientinesi Armando, Bonsignori Alfredo, Bruschi Angiolo, Cacciari Pasquale, Cafiero Giglielmo, Camici Corrado, Campani Corrado, Cardenti Ugo, Catani Arrigo, Ceccarini Mario, Ceccherini Silvano, Chiesa Mazzini, Chiesa Oberdan, Corsi Lanciotto, Demi Aldo, Fantozzi Renzo, Fossi Egidio, Frangini Aladino, Guerrieri Settimo, Launaro Anna, Lorenzini Urbano, Luperini Luigi, Marconi Mario, Meucci Cafiero, Nannucci Guglielmo, Quaglierini Ettore, Quiriconi Bruno, Rabuzzi Dino, Rossi Impero, Scotto Arturo Silvano, Senesi Attilio, Soldaini Giovanni, Tonelli Liberale, Tonelli Roberto, Torcelli Tommaso, Ulivelli Francesco, Viacava Edgardo.
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Catani, insieme a Meucci Cafiero e altri, aderiva all’inizio del ’39 al gruppo collegato all’intellettuale “Hem Day” libertario antimilitarista ma, nell’aprile dello stesso anno con altri anarchici italiani veniva accompagnato alla frontiera francese riuscendo comunque  a rientrare clandestinamente. Ritornava in Italia nel 1943 ed era di nuovo in Francia fino al 1956 quando tornava definitivamente in Italia, come si ricava dalle schede politiche.

Una vita piuttosto avventurosa per un umile calzolaio

La guerra di Spagna vide partire volontari di diversa fede politica. L’impegno di lotta aperta al regime fascista in momenti in cui tale adesione significava rinuncia all’identità, agli affetti più cari, merita il conforto della memoria, e deve essere senz’altro una svista che il nominativo di Arrigo Catani, benché citato in vari lavori e documenti ufficiali non trovi riscontro nell’elenco dell’ANPPIA di Livorno.

Fonti:

Basi D., La partecipazione degli antifascisti toscani alla guerra civile di Spagna (1936-1939), relatore Gallerano
N., Tesi di laurea non pubblicata, Università degli Studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia (Corso di Laurea in Lettere Moderne),
A.A. 1993-1994// Isrt (fondo ANPI) // Antifascisti nel Casellario Politico Centrale, a cura di Dal Pont A.,
ANPPIA, Roma, 1988-1995, 19 voll. // ACS CPC // Bucci F., Bugiani R., Carolini S., Tozzi A.,
Gli antifascisti grossetani nella guerra civile spagnola, La Ginestra, Follonica, 2000 // Bucci F., Carolini S., Gregori A. e Piermaria G. “il Rosso”, “il Lupo” e “Lillo”.
Gli antifascisti livornesi nella guerra civile spagnola, La Ginestra, Follonica, 2009
Accademia Toscana di Scienze e lettere “La Colombaria”, studi CXCIII, “Gli alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945)” II, a cura di Roger Absalom, Firenze, Leo S. Olschki ed., MMI ivi, Le “veline” della PWB, pag. 689
AA.VV., Ricordare la guerra di Spagna 1936-1939, Atti del Convegno, 8 aprile 1999, ed. Bandecchi e Vivaldi
“Livornesi oltre i Pirenei, a cura di G. Pajetta, 2012; Memorie combattenti di Spagna

lunedì 2 novembre 2015


Concorso Nazionale di Poesia "Liburni Arte" 2015

Premio speciale per la mia poesia "Livorno dell'acqua" che traduce in parole sentimenti e ricordi della mia infanzia. Ringrazio la giuria per questo riconoscimento.

Una poesia scritta tanti anni fa e già pubblicata nella raccolta "Salsedine" con lo pseudonimo di Lea Stacchi nel 2011.
 




domenica 25 ottobre 2015

24 ottobre 1917 Caporetto 24 ottobre 1918 Vittorio Veneto

Centenario 1^ Guerra Mondiale 1915 - 1918

24 ottobre 1917 Caporetto
24 ottobre 1918 Vittorio Veneto



Dopo la battaglia della Bainsizza l'Alto Comando Austro -Ungarico chiese all'alleato tedesco l'aiuto per una offensiva di alleggerimento che costringesse gli italiani ad arretrare. Il Comando tedesco rendendosi conto della necessità di impedire il crollo degli austriaci rispose alla richiesta inviando la XIV armata con 7 divisioni, artiglierie, e i mezzi necessari, purché questi fossero poi ritirati e resi disponibili per la preparazione dell'offensiva sul fronte occidentale nella primavera del '18.
Nel 1917 i tedeschi avevano messo a punto una strategia che giocava sulla sorpresa tattica, sulla neutralizzazione delle comunicazioni tra le truppe e il comando e sulla infiltrazione nelle trincee nemiche.
Il 24 ottobre 1917 gli Austriaci e le sette divisioni tedesche sfondarono le linee italiane nel pressi di Caporetto (oggi la slovena Kobarid)  penetrando in profondità per centocinquanta chilometri. Gli ordini per la ritirata generale furono preparati la sera del 25 , sospesi poi sperando in un recupero, e quindi emanati definitivamente nella notte tra il 26 e il 27.
Lo sfondamento del fronte provocò la rotta disordinata di centinaia di migliaia di soldati insieme a colonne di profughi con i pochi beni che erano riusciti a recuperare caricati sui carri, mentre gli austro tedeschi facevano un grande bottino in armi, materiali, e prigionieri.
La linea  del fronte italiano prima spostatasi sul Tagliamento si attestò sul Piave dove fu opposta strenua resistenza riuscendo a contenere l'espansione austro tedesca.

Cadorna, capo di stato maggiore, scaricò subito la responsabilità della sconfitta; la mattina del 25 telegrafò a Roma la notizia secondo cui i reparti avevano abbandonato le posizioni senza difenderle e il 27 comunicava al presidente del consiglio Boselli che l'esercito era caduto non a causa del nemico esterno ma di quello interno, parlo di viltà dei militari, di disfattisti sostenuti  da socialisti e cattolici. In realtà, come venne appurato, le responsabilità erano attribuibili al comando di stato maggiore, alla mancanza nel coordinamento e nella direzione delle manovre, alla gestione unicamente repressiva di Cadorna verso le truppe, ed anche alle rivalità personali tra i generali.
Ecco come la vicenda venne vissuta dal soldato di cavalleria Anchise Breschi livornese, classe 1895, uno fra i tanti militari fatti prigionieri dagli austriaci a Caporetto ed abbandonato poi al destino dal Governo di Roma in uno dei campi di prigionia, fino al termine del conflitto, come risulta dal suo racconto di quei giorni, ritrovato dal figlio.
"Da radio - gavetta, circolava voce che il fronte avesse ceduto sull'Isonzo, ma non avevamo idea di cosa veramente stesse accadendo. C'era molta agitazione al Comando di Reggimento. La mia squadra ricevette l'ordine di partire immediatamente e pattugliare il ponte di Livenza, passaggio obbligato per un'eventuale ritirata delle truppe. Ricordo che ci mettemmo in marcia con i cavalli, al piccolo trotto. Pioveva già dalla mattina ed ero bagnato fin dalle ossa, mentre il cavallo si scoteva inquieto" si legge negli appunti. E ancora: "Mano a mano che avanzavamo, s'udiva sempre più distinto ed insistente il rumore delle cannonate. Qui si mette male pensavo. Quando infine giungemmo a poca distanza dal ponte, sul fiume, ci rendemmo conto della gravità della situazione. Una vera fiumana di soldati e civili si riversava dal ponte verso la piana, una confusione indescrivibile di rumori, nella quale si perdevano le voci di comandi all'ordine da parte d'alcuni ufficiali. Non sapevamo cosa fare. Arginare quella fiumana di fuggiaschi era impossibile. I cavalli erano agitati e faticavamo a controllarli. Anche il caporale che ci guidava non sapeva quale decisione prendere… Sentimmo improvvisamente come dei latrati, prima lontani, poi sempre più vicini. Erano le voci rauche di comando degli Austriaci che si stavano avvicinando. Dunque, eravamo in trappola."

Anchise come gli altri fatti prigionieri venne dimenticato nei campi d prigionia, perché il comando italiano, a differenza di quello francese, non ritenne di far arrivare i pacchi di viveri, i rifornimenti, che sarebbero stati necessari alla sopravvivenza, visto che il nemico che li teneva prigionieri non ne aveva a sufficienza per le sue truppe. In più, doppia delusione, quando tornarono ebbero l'accoglienza che si riserva a chi “ha peccato contro la patria” (D'Annunzio). La propaganda si occupò della prigionia solo per ribadirne il carattere disonorante. “Il disastro di Caporetto, in cui 280.000 soldati caddero nelle mani del nemico, suggellò questa riprovazione: la responsabilità della disfatta era di chi si era arreso senza combattere o peggio aveva tradito”.

La disfatta ebbe gravi conseguenze sul governo e sul Comando supremo e Cadorna venne sostituito con il generale Armando Diaz.
Ma la minaccia di invasione era concreta ed anche i socialisti riformisti Turati e Treves esortarono alla resistenza, distaccandosi da ogni ipotesi di interpretazione eversiva della rotta di Caporetto.
Per far fronte alle perdite umane venne chiamata la leva del 1899.
La difesa sul monte Grappa e sul Piave, con limitati aiuti franco britannici, impedì che l'irruzione austro tedesca si estendesse alla Pianura Padana e nei mesi successivi l'esercito imperiale andò incontro ad un crollo su tutti i fronti.
Il 24 ottobre del 1918 il generale Diaz ordinò a Vittorio Veneto l'offensiva generale che ne provocò la definitiva disfatta; il 4 novembre emanò il “bollettino della vittoria” che “venne riprodotto in migliaia di lapidi e imparato a memoria da due generazioni di studenti”.
La situazione nelle terre invase dopo la rotta di Caporetto è testimoniata dai documenti dei protagonisti di questa vicenda, come nel diario attribuibile alla maestra di Follina: “Continuo e denso passaggio di truppe o carriaggi austriaci e germanici sotto una pioggia dirotta… Cominciano le depredazioni e la rapina dei viveri e d'altra roba nelle case abbandonate e anche in quelle abitate. Alle prime ore del mattino due soldati germanici sfondano la porta dell'ufficio postale per prendere una bicicletta che era all'interno. In poche ore vengono portate vie le biciclette, i cavalli, i rotabili di ogni genere. Le case dei contadini in specie dove si trova ancora il raccolto dell'annata, sono completamente saccheggiate. Mucche, maiali, pecore, granoturco, frumento, patate, vino, biancheria, vestiti, tutto, tutto è buono, tutto serve, di tutto si ruba.”

Elio Nerucci giovane pistoiese chiamato alla guerra a ventisei anni rende nelle pagine del suo diario viva testimonianza di quei giorni di sofferenza, smarrimento, in cui soldati e popolazione dovettero affrontare l'emergenza della lotta per la vita, quando ogni regola e quotidianità viene travolta dalla brutalità degli eventi. Eppure nelle pagine di quel quadernino in cui Elio ha trascritto le sue impressioni in lingua talvolta sgrammaticata e a cui la figlia ha provveduto a conferire una stesura omogenea, si avverte che insieme allo stupore, alla costernazione, c’è un comune sentire con la  partecipazione al dolore degli altri; i vincoli umanitari legano gli attori di quella grande tragedia  dando  vita ad un corale grido di dolore.



Alcuni brani del diario:
“Nei giorni ventitré e ventiquattro e nella notte del venticinque, il nemico aumentò il tiro di distruzione e logoramento. Tanto che c'era un sibilo continuo seguito da un rullo tambureggiante di colpi di cannone di ogni calibro. Noi si rispondeva solo con qualche colpo. In lontananza sentivamo, sulla nostra sinistra, che infuriava una gran battaglia con spari di mitraglia e fucileria… Il giorno venticinque, alle undici, venne l'ordine di prepararci per spostarsi da quelle posizioni.
Il ventisette il nostro comandante credé inopportuno fare resistenza, perché eravamo minacciati di accerchiamento. Alle undici ci giunse ordine di rimetterci in marcia. Ci diedero un po' di riso cotto nell'acqua e un po' di Torigiana. Alle dodici si ripartì e ci fecero fare marcia indietro sulla via che avevamo fatto il giorno prima. Camminando fino a sera inoltrata, si passò da tanti paesi. E la folla di borghesi piangeva al nostro passaggio, perché il nemico non avrebbe tardato tanto ad arrivare alle loro case. I signori erano già scappati quasi tutti. Ma la povera gente, senza mezzi di trasporto, doveva restare lì e aspettare la sorte che gli toccava. Erano fanciulli, donne, vecchi, costernati dal dolore per l'invasione tedesca.
Ma la nostra triste storia non ci dava sosta. Alle due del mattino venne l'ordine di rimettersi di nuovo in marcia per andare ancora indietro e portarsi aldilà del Tagliamento. Ma soprattutto per non farsi prendere prigionieri. Partimmo sotto una fitta pioggia che in poche ore rese le nostre vesti zuppe d'acqua.
Ma io mi sentivo così giù di forze, che mi ero accorto che non potevo andare più avanti. A rimanere lì mi dispiaceva lasciare gli amici: e poi restare nelle mani del nemico! Ma la fortuna mi volle assistere. In quel momento così triste si avvicinò un bambino. Mi guardò e mi disse: "Vi sentite male soldato?". Io lo guardai e gli risposi: "Puteo -in dialetto- ho tanta fame". Quel bambino partì a corsa avanti a noi. Dopo trecento metri si riavvicinò e mi diede un bel pezzo di pane alla contadina. Non potei trattenere le lacrime. Lo presi in braccio, lo baciai e gli dissi: "Tu mi hai salvato la vita. Sei stato tanto bravo. Il Dio ti darà sempre fortuna!". Di tanto in tanto davo un morso a quel pane e una bevuta nelle fosse lungo la strada. L'acqua non mancava, perché pioveva a dirotto. Era gialla, ma la sete è brutta.
… Si venne pochi chilometri sopra Schio. Ci colpì la Spagnola . Morirono molti ufficiali, tanto che una sera il colonnello mi mandò a Schio, nella stanza mortuaria, a portare due candele. Fra i tanti morti c'era il tenente Niccolai di Pisa, del mio reggimento. Ma ormai io avevo salvato la vita.
...Nel gennaio si partì da Schio e a forza di marce si rientrò a Livorno. A tutte le tappe che si faceva alto ci avevano preparato grandi feste. Si fece tappa pure a Pistoia e Montecatini. Sulla salita della strada che porta a Collodi, ci si fermò per due ore: sigarette, da bere, paste e panini imbottiti. Vicino a Lucca balli in molte case. Poi a Livorno un gran ricevimento e banchetto. Non pensavo mai però che finita la guerra il quattro novembre, a causa del Tribunale militare, avrei dovuto restare ancora sotto le armi fino al sedici agosto 1919. Alla fine non ho avuto né medaglia al valore, né pacco vestiario e nemmeno premi di congedo solo per aver avuto la scapataggine di scrivere quella lettera  senza alcun fine di male. Spero che almeno la croce al merito mi verrà concessa.
Questo non è un romanzo, ma il racconto della vita che trascorsi dal diciassette agosto 1916 al sedici agosto 1919.Elio Nerucci”



I reduci sperimentarono il senso di estraneità, il non poter condividere  l’esperienza di morte vissuta al fronte per l’impossibilità di tradurre in forme efficaci l’orrore della guerra. Sono forse certi dipinti in cui la realtà irrompe senza mediazioni, che meglio arrivano a comunicare in modo più immediato la carneficina della guerra e l’indifferenza della comunità ai dolori di chi l’ha sofferta.

Note:

 http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/11/05/news/cosi-mi-travolse-la-disfatta-di-caporetto-diario-di-anchise-soldato-livornese-1.10246432

 M. Isenghi – G. Rochat, La Grande Guerra, il Mulino, 2008

 Follina. dal diario della maestra A. Calcinoni sabato 10 novembre 1917, in http://www.14-18.it/diario/Ms_11_5_001

 Elio Nerucci, Pinocchio in trincea – diario di un soldato toscano nella grande guerra, in:.http://www.nove.firenze.it/, “Nel tempo che mi trovavo a quel servizio scrissi una lettera alla famiglia. Gli dicevo che non stessero in pensiero, perché ero al sicuro (tanto per farli stare contenti) e in un punto della lettera spiegavo il servizio che facevo con le segnalazioni. Senza pensare al danno che potevo fare, mi venne detto che quando lanciavo un razzo con tre stelle verdi, le nostre artiglierie facevano fuoco. Quando la lettera passò alla censura, per la scapataggine di quella frase mi denunciarono al Tribunale di guerra.”


Paola Ceccotti



mercoledì 23 settembre 2015

AGOSTINO E IL MISTERO DELL’ANELLO

Paola Ceccotti 





LIBRO PER RAGAZZI


ILLUSTRAZIONI DI ALICE BARBIERI











Prologo


Correva l’anno 1765
Agostino si era trovato a passare dalla città di Liburnia accompagnando il proprio padrino, e zio, che doveva andare a trattare da un vecchio mercante giudeo certe mercanzie provenienti dall’oriente.
Liburnia a quei tempi era famosa per gli stabilimenti di lavorazione delle pietre dure, smalti e alabastri, per le fabbriche di corallo, per le relazioni commerciali che facevano arrivare da paesi lontani tessuti pregiati e preziosi gioielli per importanti famiglie.
Per Agostino era  il primo viaggio che lo portava lontano da casa.










Prima parte

Agostino e i segreti di Liburnia



















I
L’arrivo a Liburnia

Agostino e lo zio Giovanni erano partiti da giorni e giorni, un mese quasi,  soffermandosi in alcuni borghi conosciuti dallo zio che vi aveva fatto buoni acquisiti.
Avevano attraversato strade e sentieri che talvolta si inoltravano nei boschi inerpicandosi in anguste salite e scendendo in ripidi pendii senza che si vedesse anima viva se non qualche solitario viandante o mercanti che come loro erano in cammino per affari. Viaggiavano a cavallo seguiti da un carro portato da due loro fidi dipendenti sul quale sarebbero state caricate le mercanzie e dove avevano sistemato alcuni bauli che contenevano oggetti necessari come indumenti, calze, mantelle, e guide con indicazioni di viaggio, e anche un’arma da fuoco corta per difesa personale se ce ne fosse stato bisogno, perché si sa che briganti e avventurieri di ogni tipo erano un pericolo che minacciava i viaggiatori. Percorrendo vie che già anticamente i pellegrini avevano attraversato nel loro viaggio verso i luoghi di culto cristiano, Agostino aveva visto per la prima volta  nuovi paesi e gente diversa e il desiderio di conoscere lo aveva in parte ripagato della stanchezza e del disagio.  Finalmente lo zio  gli aveva detto che erano vicini a Liburnia, c’era soltanto da superare la zona malsana che circondava a nord la città. Vi erano paludi, fossi, acquitrini, e dovevano stare attenti che le ruote del carro non si impantanassero. Attraversarono ben sette ponti poi si trovarono nella macchia di Tombolello,  lì lo zio lo avvertì di stare in guardia perché era un posto frequentato da bande di balordi che avevano abbandonato la vita civile e campavano di furti e aggressioni ai danni dei poveri uomini dabbene.  Dopo Tombolello decisero che il carro con i guidatori si sarebbe fermato prima, presso una locanda dalle parti di Calambrone che apparteneva ad  un parente dei due,  dove avrebbero aspettato gli ordini per il carico.
Giovanni e Agostino presero un po’ delle loro cose e proseguirono da soli percorrendo la strada che dalla chiesa di S. Stefano si congiunge alla via delle Cateratte. Superarono un ponticello che la univa ai nuovi quartieri sugli isolotti che stavano cominciando a sorgere e arrivarono alla darsena. Liburnia, città di mare e di commercio, era davanti a loro, indaffarata e gremita di gente.
Alla loro vista grandi imbarcazioni si stagliavano imponenti sulle onde del mare che rilucevano attraversate dai raggi di sole. Agostino si lasciò sfuggire una espressione di meraviglia. Il cielo era sgombro di nubi, il sole stava percorrendo la curva discendente verso la linea dell’orizzonte dove avrebbe finito la sua corsa tuffandosi nel mare ancora mosso da cavalloni, strascico del vento di libeccio, ma ancora così  forte da far sobbalzare le barche e i vascelli ancorati a riva. L’aria rinfrescata dalla brezza marina  carezzava dolcemente la pelle, una sensazione del tutto nuova per Agostino.
 “Guarda zio, non avevo mai visto uno spettacolo così, il mare, immenso, lontano laggiù – disse come estasiato indicando l’orizzonte - … chissà cosa ci sarà dall’altra parte, altri mondi e altre genti…” .
 “In verità, non credo – rispose lo zio che non amava quella inclinazione del nipote a prendere il volo con la fantasia, riportandolo bruscamente a considerazioni più concrete – che l’uomo sia poi così tanto diverso a seconda del posto dove si trova a nascere, sicuramente laggiù, al di là del mare, ci saranno paesi dove ci sono uomini, donne, che nascono, lavorano, vivono e muoiono proprio come qui, anche se hanno abitudini diverse e parlano lingue a noi sconosciute, e come noi ci saranno mercanti che per lavorare devono sopportare le fatiche e fare sacrifici”. Camminarono ancora per le strade della città e arrivarono nella piazza Grande, che grande lo era per davvero, certo più di ogni altra vista prima, dal Palazzo della Comunità si apriva uno grande spazio attraversato da persone, calessi, cavalli , che arrivava fino alla cattedrale. Da lì partiva la strada principale che da una parte si congiungeva alla darsena, dall’altra si prolungava fino ai bastioni che separavano la città dalla campagna. Agostino era frastornato da tanta confusione di voci diverse, una specie di Babele, gente dalla pelle chi chiara e chi scura affaccendata e rumorosa   che accendeva la piazza del colore degli abiti  sgargianti e delle grida e schiamazzi di venditori e ragazzi chiassosi. C’erano bambini cenciosi che strillavano aggrappati alle lunghe gonne delle madri, trafficanti che attiravano la clientela mostrando la mercanzia, mendicanti seduti per terra che chiedevano con una litania lamentosa a chi passava qualche soldo. Si notavano anche personaggi  esotici e stravaganti, per i ricchi abiti con cui erano abbigliati, abiti damascati  dai colori accesi, verde brillante come le foglie bagnate dalla rugiada, rosso intenso come il sole al tramonto in certe magiche giornate, giallo luminoso come i cespugli delle ginestre. Si diffondeva nell’aria una mescolanza di odori, quello acre proveniente dalle bestie che nella piazza si trovavano in attesa delle trattative dei padroni  (cavalli, asini, galline…), quello delle verdure in mostra nei vicini banchi al mercato, insieme all’intenso aroma di spezie e profumi che ricordavano l’Oriente al di là del mare, eppure così vicino.
Agostino, confuso da tutto quel movimento, si sentiva sbalordito e con lo sguardo cercava quello dello zio come ad avere una guida sicura, ma quasi inconsapevolmente la sua attenzione veniva catturata dalle donne, la cui esuberanza, particolarmente nelle più giovani, era al limite della sfrontatezza, ed esplodeva nelle forme sinuose e nei prosperosi seni che appena si intravedevano dalle vesti scollate. Sopra le gonne portavano ampi grembiuli dai vivaci colori legati da nastri, in testa la pezzola ed alcune, sopra a questa, un grande cappello. Al collo tante erano adornate con un vezzo di grani d’oro con un ciondolo in filigrana, o una crocetta, chi invece portava una collana di corallo. Avevano l’aria di muoversi come regine, e con i bambini aggrappati alle vesti e i panieri sulla testa con portamento altero attraversavano la piazza. Alcune erano indaffarate ad acquistare dagli ambulanti che stazionavano nella piazza il cibo necessario a sfamare quelle bocche rapaci, altre con brocche andavano alla fontana a prendere acqua, altre erano a gruppi di due o tre e conversavano amabilmente scambiandosi i saluti. Insieme a questo frastuono intorno fervevano i preparativi per la festa in onore di sua Maestà Serenissima Granduca di Toscana, e i manovali si muovevano nella piazza a montare impalcature, strutture dove si sarebbero svolti i tornei, le gare in onore del Granduca. I vascelli di Guerra del Granduca avevano inalberato per la prima volta a Liburnia la nuova bandiera del Paviglione Toscano formato da tre strisce, la prima e l’ultima rossa, quella di mezzo bianca con in mezzo raffigurato lo stemma d’armi del Granducato. Oltre la via Maestra, la via principale, nello specchio d’acqua antistante, si innalzava maestosa la Fortezza Vecchia su cui per la prima volta era stato issato il Paviglione.
Agostino e lo zio, stanchi, sporchi e sudati per il lungo viaggio, chiedevano informazioni a chi passava sulle locande aperte nelle vicinanze, per trovare un alloggio per la notte, ma sembrava che tutte fossero al completo. Rasentando il fosso Santa Trinita erano infine arrivati all’Osteria dei Tre Mori situata nel vicolo che dalla Crocetta mette in via Sant’Anna, avventurandosi in una zona remota e solinga del peggior quartiere della città dove una persona perbene non può mettere piede al sopraggiungere della notte senza il rischio di essere assalito da delinquenti, con pericolo di essere sventrato. E dove anche di giorno c’era grande probabilità, quasi una certezza, di essere derubato di orologio, borsa, o qualsiasi altra cosa. L’Osteria dei tre Mori aveva una piccola insegna e una particolarità,  la porta invece di essere verticale era orizzontale alla via e consisteva in una apertura quadrata della larghezza di due braccia con un coperchio che alzandosi come una grande scatola lasciava intravedere i sottostanti scalini di una scala tortuosa e scura che conduceva alla prima sala della locanda, in realtà quasi una cantina. Agostino e lo zio, spinti dalla curiosità, decisero di seguire le persone che vedevano entrare. Si ritrovarono in una stanza senza palco, nera e umida, con il soffitto a volta. Quelli che li avevano preceduti erano già spariti, non si capiva dove. Entrarono nella seconda sala. Questa, da cui si dipartivano altre due uscite, era arredata, per così dire, con tavolacci e panche, ma anche qui non c’era nessuno, passarono in una della stanze comunicanti, completamente deserta, dove erano sistemati dei pagliericci. Vi si vedevano tre bodole che mettevano in anditi sotterranei destinati a ricevere il frutto della “busca”, nome con cui veniva chiamato a Liburnia il furto giornaliero praticato da certi bricconi a danno dei poveri sfortunati forestieri. Naturalmente zio e nipote non erano a conoscenza di queste abitudini altrimenti avrebbero velocemente cercato l’uscita. “C’è nessuno?” gridò Giovanni senza avere risposta. Si diressero verso l’ultima stanza, da cui provenivano delle voci. Si fermarono un attimo sulla soglia, sorpresi nel vedere che finalmente avevano scoperto presenze umane, che stavano indaffarate alla preparazione delle consumazioni. Questa sala era adibita a cucina, in un gran pentolone sul fuoco di un grande camino bolliva un brodo di dentice insieme a peperoni rossi e cannella e accanto in padella friggevano i totani, mentre la cuoca ne stava asciugando con il lino e infarinando altri.

La cuoca era una giovane donna di circa vent’anni, assai prosperosa, con i capelli neri raccolti in una treccia che le scendeva lungo la schiena, in cui stava infilato uno spillo con manico di rame dorato, il collo e le braccia nudi erano ornati da collane e braccialetti di grosso corallo rosso. Ella aveva un corsetto ricamato ad arabeschi e le spalle coperte con una pezzuola di seta allora detta delle Indie, di color rosa con fiori minuti. La gonnella era alla caviglia e faceva notare le scarpette scure, sopra a tutto teneva un grembiule di seta verde.
La giovane di nome Concetta, come la stava chiamando l’aiutante, appena li vide ebbe un trasalimento per l’inaspettata presenza, così affaccendata dietro alla cucina. Giovanni chiese se c’era da dormire ma la ragazza riprendendosi dal soprassalto rispose che era tutto occupato, potevano però ristorarsi mangiando un po’ di quello che stava cucinando. Si sedettero ad uno dei quattro tavoli disposti a due a due nella attigua sala da pranzo dietro la cucina. Potevano finalmente riprendersi dalle fatiche del viaggio e dalla fame che li attanagliava alla bocca dello stomaco. Intanto l’ambiente si era popolato di alcuni tipi che avevano l’aria di essere uomini di mare dai calzoni corti e colorati, e la pelle bruciata dal sole e dal vento, in particolare uno pareva quasi di casa, si era avvicinato a Concetta con una certa familiarità. Era basso di statura ma di struttura atletica, coi capelli neri e ricci, quasi arruffati, il colorito vivace, rendeva l’idea di una persona esuberante. Concetta cercava di allontanarlo così per celia, dicendo che aveva da fare e non era perdigiorno come lui, che continuava invece, divertendosi, a stuzzicarla. Il pranzo riuscì a saziarli essendo abbondante e gustoso.

Al tavolo insieme a loro si era seduto un vecchio, silenzioso e mal vestito, mangiava con il capo chino sul piatto. Ne approfittarono per chiedere se conosceva  locande nelle vicinanze che avrebbero potuto ospitarli, accorgendosi però quasi subito anche dagli ammiccamenti dei presenti che era solo un povero ubriacone, uno dei tanti straccioni di cui erano popolate le strade, che vivevano di elemosina e carità, come quella che faceva Concetta ogni giorno offrendogli un pasto caldo. Uscendo, un uomo che aveva sentito la loro richiesta, si avvicinò con modi garbati. “Buona gente, se cercate un alloggio so io dove portarvi, qui vicino c’è la locanda di mio cugino, un posto sicuro, dove si mangia bene, si dorme senza timore di avere sorprese e si spende il giusto”, disse ridendo. Era un uomo di circa quarant’anni, di pelo fulvo, con capelli, barba e baffi, che formavano come un unico groviglio da cui spuntavano due occhi azzurri piccoli e vivaci. Giovanni aveva trovato la proposta assai gradita e decise di accogliere l’offerta presentandosi a quell’uomo che gli ispirava una istintiva fiducia. “Mi chiamo Giovanni e questo è mio nipote, siamo qui per commercio ma non pensavamo davvero di trovare tutto questo frastuono, tutte le locande sono al completo, se ne conoscete una libera vi seguiremo, basta che sia frequentata da gente onesta e tranquilla”.

“Dove vi porto è un posto familiare, dove non troverete filibustieri, non temete, garantisco io, mi presento sono Marco Tirabaldi consigliere anziano di questa città e tutta questa confusione in giro si deve ai preparativi per la festa in onore del Granduca, non vi spaventate Liburnia e in tempi normali un po’ meno caotica ”. Si diressero quindi verso quell’osteria che non era molto distante, si trovava in via della Voltina, tra la via Carraia e via della Venezia. Si chiamava “Croce di Malta” ed era esercitata da Monsù Beppe, vecchio marinaio  a riposo, che la gestiva insieme alla figlia, Maria giovane donna che aveva cura del buon andamento della attività. “La locanda è rinomata perché ci sono stanze per dormire pulite e con confortevoli giacigli, e la sera si possono gustare saporite zuppe di pesce, conosciute nei dintorni come una vera specialità e inoltre il prezzo non è eccessivo, per un mese intero si chiede appena 1 ducato”. Entrarono nella taverna, che ad un primo impatto apparve buia e fumosa,  con gli occhi sgranati per abituarsi all’oscurità tanto le stanze erano tenute nella penombra, subito contrattarono il prezzo per il pernottamento felici di aver finalmente trovato un alloggio, quindi dopo aver salutato e ringraziato la loro guida, salirono per una stretta e sconnessa scala al piano superiore dove, attraverso un ballatoio, si arrivava ad alcuni locali posti in fila uno all’altro. Entrarono nella stanzetta accompagnati dal ragazzo che lavorava per l’oste che si pose al loro servizio nel caso avessero bisogno di qualcosa, Giovanni gli dette una piccola mancia e lo congedò. La stanza era piccola con una finestrina dirimpetto alla porta di ingresso che si affacciava sul retrostante canale, dove c’erano ai lati due pagliericci, grossi sacchi gonfi di paglia e foglie secche, sui quali si sdraiarono immediatamente dopo aver gettato le loro bisacce per terra, scivolandovi sopra, nel fruscio dell’imbottitura.
I due si addormentarono come sassi, tanta era la stanchezza, svegliandosi dopo circa un’ora per il gran baccano che proveniva da fuori.
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lunedì 14 settembre 2015

BeatlesVenerdì 11 settembre si è aperta la manifestazione a Castagneto Carducci "Whit The Beatles"

Con i Mercatini Vintage e la presentazione della mostra   In My Secret Life" a cura di Massimo Cotto presso il Teatro Roma

13settembre 2015 di Paola Ceccotti

Lo spettacolo della Banda Bim Bum Band ha p20150911_194017 - Copiaroposto brani musicali lungo il percorso dei vicoli dello splendido borgo medievale, che sorge con il vicino Castello Della Gherardesca tra le armoniose colline coltivate a viti e olivi.

Quasi un tuffo nel passato; dalle strette stradine, dalle terrazze affacciate sulla campagna circostante, si aprono allo sguardo ampi scorci di vedute che si perdono nel verde fino a costeggiare l'azzurro del mare.I visitatori, molti di cui stranieri, hanno accompagnato il gruppo musicale Bada Bim Bum Band fino alla piazza Belvedere, dove ha concluso la sua esibizione tra gli applausi.

Bella la mostra dal titolo "In my secret life", mutuato da Leonard Cohen, un progetto avviato e curato dal giornalista Massimo Cotto, che negli anni ha raccolto dipinti, disegni, tecniche miste, sculture, caricature, litografie, schizzi, oggetti, divertissement da lui acquistati o a lui donati, tutti realizzati da personaggi del mondo dello spettacolo.  

20150911_203159Una collezione privata, in continuo ampliamento, che è diventata itinerante ed ha esposto a Bard (Aosta), Asti, Genova, Firenze, Milano. I musicisti sono stati chiamati a esprimere la loro creatività con strumenti altri da quelli delle note musicali e si sono messi in gioco con risultati diversi, testimoniando e mettendo in mostra la propria più intima identità, rivelando estro ma anche fragilità nascoste. Questo a significare che la creatività è una disposizione, una necessità di espressione della persona nella sua unità che si esteriorizza in una forma tramite l'utilizzo di prediletti strumenti tecnici che l'artista sceglie secondo le sue personali attitudini, ma che possono variare nei vari contesti e momenti della vita.

L'espressione creativa 20150911_202759consente alla ricchezza interiore di uscire dalle pareti della individualità, e con la comunicazione che il mezzo offre, di essere socializzata e divenire disponibile a tutti. Musica, arti figurative, scrittura, tutte modalità di espressione relative ad una medesima fonte creativa: l'artista.

Canali attraverso cui le d20150911_201908inamiche interne si concretizzano con gratificazione di chi fruisce del prodotto creativo e dell'artista medesimo che riesce nel suo intento di conferire un contenuto concreto alle proprie fantasie, ai propri stati d'animo, i quali proiettati in una dimensione collettiva condivisa diventano attributi generali della umanità.

domenica 23 agosto 2015








Ringrazio la Giuria del Concorso per questo gradito riconoscimento 



Premio Letterario Anselmo Spiga 2015

 1^ Classificata nella sezione prosa italiana