martedì 5 gennaio 2016

Barcellona arte/cultura e, il pensiero alla città di Livorno


museoartecont1barcelonamuseoartecont1_barcelonaUna città caratterizzata da una ricca cultura. L’attenzione dei suoi abitanti alla propria identità culturale è testimoniata in vario modo

 Paola Ceccotti

Barcellona è la capitale della comunità autonoma della Catalogna ed è la seconda città più popolata della Spagna, con una popolazione di 1,6 milioni compresi nei suoi confini amministrativi (ma la sua area urbana oltre i confini della città conta una popolazione di circa 4,7 milioni di persone).

Bellissimo il MACBA, Museo di Arte contemporanea, che accoglie tra l’altro l’esposizione di “Miserachs Barcelona”(visitabile fino a marzo 2016), il visitatore entra in uno spazio in cui foto della città in bianco e nero che documentano storicamente un passato più o meno recente si traducono in un forte impatto emotivo.

fotomuseo1_barceSono disposte in forma di grandi murales e riproducono un emozionante viaggio nel tempo. Nel settembre del 1964, il fotografo Xavier Miserachs pubblicò la sua opera più importante, un libro fotografico “Barcelona. Blanc i negre”, di grande formato, composto da 400 fotografie che mostrano la capitale catalana attraverso i suoi abitanti.
Si offre allo spettatore una maniera diversa di vedere fotografie in un museo, con ingrandimenti e proiezioni che aiutano il pubblico a immergersi nella realtà catalana raffigurata da Miserachs.

fotomuseobarce1La città1 ha origine antiche e la sua storia è direttamente percepibile, si trova stratificata nelle vie, negli edifici, nelle varie testimonianze raccolte nei musei. Ma non è solo città storica, è anche luogo d’arte e di sperimentazione creativa, e il visitatore può assaporare le varie influenze che la caratterizzano nelle esposizioni e nelle varie collezioni, nella architettura e nella sua originale impronta modernista che permea gli spazi urbani.

20151107_143910Il tutto legato ad una spinta innovativa che coniuga il bello con le esigenze di una comunità moderna aperta al nuovo. Nel 1992 i Giochi della XXV Olimpiade (in catalano Jocs Olímpics de la XXV Olimpíada, in spagnolo Juegos de la XXV Olimpiada) si sono svolti a Barcellona e in quella occasione la città ha potenziato tutte le sue infrastrutture, la metropolitana, le aree portuali, la rete ferroviaria e l’aeroporto, dando straordinario impulso al sempre più importante turismo.
La sua storia percorre strade comuni e talvolta parallele agli altri paesi della nostra vecchia Europa. La città di Barcino (antico nome di Barcellona) fu fondata secondo la leggenda nel III secolo a.C. dal cartaginese Hamil Barca, padre di Annibale e venne poi organizzata dai romani come un castrum, un campo militare fortificato, situato a Mons Taber, una collina dove oggi sorgono da una parte il municipio e dall’altra la sede della Generalitat (Plaça de Sant Jaume).

palazzogeneralitat-barcelonaNel V secolo, in seguito al declino dell’impero romano venne conquistata dai Visigoti, poi dai Mori nell’VIII sec, quindi dai Franchi guidati da Carlo Magno nell’801, che ne fecero la capitale del contado di Barcellona, venne poi saccheggiata da Al-Mansur nel 985. A partire dal X secolo, per Barcellona iniziò un lungo periodo di prosperità grazie al commercio nel Mediterraneo. Furono eretti sfarzosi edifici gotici.

20151108_130024Nel periodo 1638-1652 in opposizione alle politiche repressive di Madrid, alcune fazioni locali, conosciute come Els Segadors (i mietitori), si ribellarono. Iniziò la rivolta catalana, la lotta si protrasse fino al 1652, quando i catalani e gli alleati francesi furono sconfitti. Nel 1700 l’opposizione dei catalani all’egemonia castigliana provocò rivolte che raggiunsero l’apice durante la Guerra di successione (1702-1713) quando la Catalogna si schierò al fianco del Regno Unito e dell’Austria contro Filippo V, il concorrente francese al trono di Spagna. Come conseguenza ci fu la messa la messa al bando della lingua catalana e la costruzione di un enorme forte, La Ciutadella, per tenere sotto controllo i sudditi infedeli. Con la fine del ‘700 la situazione cominciò lentamente a migliorare.

Nel XIX secolo il boom dell’industria e il commercio con l’America, iniziato alla fine del ‘700, rinvigorirono la città; la rivoluzione industriale spagnola, inizialmente basata sul cotone, iniziò proprio a Barcellona e fu seguita presto dallo sviluppo delle industrie del vino, del sughero e del ferro. Il periodo 1888-1929 è quello della Renaixença. Il nuovo benessere, rappresentato dalle Esposizioni Universali del 1888 e dei 1929, diede il via alla Rinascimento catalano ed a un movimento di poeti e scrittori locali per diffondere la lingua della loro gente.

archite1_modernismoTra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si sviluppò il modernismo catalano, uno stile artistico che è diventato uno degli elementi che caratterizzano l’immagine della città. Il modernismo catalano che cercò di recuperare motivi ed elementi della cultura tradizionale catalana, si inserisce nel fenomeno europeo dell’Art Nouveau, ma con caratteristiche proprie.

Tra gli esponenti maggiori Gaudì con il suo stile personale e la sua trasfigurazione visionaria della realtà.

libreria_larosadefoc1Nel 1931, al sorgere della Seconda Repubblica Spagnola, i nazionalisti catalani proclamarono una repubblica all’interno di una ‘Federazione Iberica‘: la Catalogna ottenne una vera e propria autonomia, dopo la vittoria alle elezioni politiche di febbraio 1936 da parte del partito di sinistra, il Fronte Popolare, per circa un anno, gli anarchici rivoluzionari e il POUM (il Partito di Unificazione degli Operai Marxisti) governarono la città.

In Carrer Joaquìn Costa troviamo ancora oggi la libreria anarchica La Rosa del foc2 dall’insegna rosso nera, che sembra avere lasciato immutato l’ambientazione, il contesto culturale e politico, i temi della guerra civile (con il forte spirito libertario e l’anticlericalismo viscerale), come ci appare dai titoli delle riviste e dei libri esposti in vetrina.

20151108_130018Il 1936-1975 è il periodo della guerra civile e del potere di Franco. Allo scoppio della guerra civile nel 1936, i lavoratori e i militanti di Barcellona riuscirono per un po’ a contenere l’esercito golpista.

La città fu l’ultima roccaforte dei repubblicani, fu conquistata dalle truppe di Franco nel gennaio del 1939, poi avvenne una dura repressione, con l’abolizione della lingua catalana e della danza popolare chiamata sardana che oggi vediamo ballare nelle piazze. Migliaia di catalani per non sottostare a Franco abbandonarono il paese passando dal confine con la Francia e da quello con Andorra.

Gli anni dal 1975 e gli ’80 rappresentano l’apertura e la conquista della democrazia.

Con la morte di Franco nel 1975 si ridestò il movimento indipendentista catalano, la lingua catalana fu riabilitata e fu fondata la Generalitat, una specie di Parlamento locale, intorno al quale oggi la gente si riunisce più volte a settimana per danzare la sardana. La Catalogna ottenne l’autonomia regionale e il primo governo catalano fu eletto nel 1980. Forte l’anima indipendentista, come ben sappiamo dalla attualità, e come testimoniano gli organi di stampa e i canali televisivi del territorio, i movimenti e le adunanze libere dei cittadini che amano esporre la loro bandiera alle finestre, ai terrazzi.

Il Museo di storia di Barcellona conosciuto anche con l’acronimo MUHBA, conserva, documenta, divulga, ed espone il patrimonio storico della città di Barcellona, fin dalle sue origini. Ha la sua sede centrale nella plaça del Rei (“piazza del Re”), nel cuore del quartiere gotico (Barri Gòtic), il suo principale promotore e primo direttore fu lo storico Agustí Duran i Sanpere.

A questo punto il pensiero va alla città in cui viviamo la quale benché non possa vantare natali così antichi può però ben essere rappresentante e testimone di una propria storia, di una trasformazione originale che si sviluppa nei secoli, da quando da piccolo borgo di pescatori per volontà dei Medici divenne città e porto importante.

Sarebbe bello allora raccogliere questa memoria in un luogo preciso, tipico per la sua rilevanza storica ed affettiva, in modo che essa si concretizzi e diventi vivi sapere, che sia documento e mezzo di comunicazione allo stesso tempo di una realtà singolare. Una città desiderata e creata, con le sue particolarità di amalgama di culture e tradizioni.

Quale luogo più adatto della Fortezza Vecchia come sede di un Museo della storia di Livorno, che tanto avrebbe da raccontare.

fortezza vecchia livornoDa fortezza marittima, a prigione al tempo del Risorgimento in cui venne detenuto anche Guerrazzi. Una sede dove documentare la ricchezza di questa città e la sua popolazione dalle c.d “leggi livornine”, al suo identificarsi quale luogo ideale di villeggiature come Goldoni descrisse nella sua trilogia sulla villeggiatura, opere (“Le smanie per la villeggiatura”, “Le avventure della villeggiatura”, “Il ritorno dalla villeggiatura”) che videro la luce nel 1761, fino all’epoca della Bella Epoque e ai bagni di mare negli eleganti stabilimenti balneari livornesi. Lo storico sarebbe in grado di ricostruirne la storia documentandola, rendendola ancora di più interessante, riannodando il filo del passato che talvolta si perde nel fragore della modernità.

Mi è capitata tra le mani una copia dell’ “Informatore” del 1968, in cui l’assessore Dante Domenici nell’articolo “Il ripristino della Fortezza Vecchia può attirare turisti e studiosi”, tra l’altro dice che la Fortezza Vecchia una volta restaurata potrebbe avere una utilizzazione pratica a scopi culturali e turistici. Riporto qui una parte delle sue riflessioni:

“Potrebbero infatti esservi ospitati un Museo Archeologico, quel Museo del mare, che è vecchio sogno dei livornesi, un teatro all’aperto, un ristorante tipico ed altri locali di ritrovo e di svago…Molteplici e di vario interesse sono le iniziative che potrebbero sorgere e svilupparsi intorno alla Fortezza Vecchia: ad es. un servizio di navigazione lungo i canali della Venezia e lungo i “Fossi”, cui non mancherebbe certo un buon successo dal punto di vista turistico. Noi auspichiamo che la Fortezza Vecchia, per l’interesse storico che indubbiamente offre, serva in futuro a richiamare sulla nostra città, ora ingiustamente esclusa dall’itinerario culturale e turistico della Toscana, l’attenzione degli studiosi e di turisti. Per la sua posizione sul mare, Livorno può, anzi deve costituire la prima tappa di tale itinerario per i turisti che vengono dal mare… Bisognerebbe che, in tali occasioni, la città fosse in grado di richiamare su di sé l’attenzione dei turisti in modo che questi, una volta sbarcati, non si precipitassero sui pullman per dirigersi verso altre località della regione…”3

Dal 1968 alcune cose sono state fatte, altre restano da fare, tra queste un Museo della città potrebbe essere un centro culturale di grande interesse non solo per i turisti ma anche per le scuole, le nuove generazioni, uno spazio aperto libero fruibile, a proposito è sorprendente come i bambini di Barcellona sono guidati nei musei e vi si accostano con interesse, discrezione e fantasia.

In conclusione vedere nuovi posti è sempre una ricchezza, ma rende anche più consapevoli di ciò che abbiamo, e della necessità di valorizzare quello che ci appartiene.

1Notizie storiche in www.barcellona.org
3 L’Informatore compendio di notizie 1968, n. 30 tip. O. Debatte Livorno

Conferenza Incontro “Rifiuti zero” di Rossano Ercolini al Circolo San Jacopo. 


Conferenza Incontro “Rifiuti zero” con Rossano Ercolini, all’interno di un ciclo di formazione sull’argomento rifiuti

Paola Ceccotti

Rossano Ercolini, maestro elementare, è il vincitore del Goldman Environmental Prize 2013, conosciuto come il Nobel per l’ecologia.

Ercolini è oggi leader del movimento nazionale Rifiuti Zero. La sua strategia, già sperimentata a Capannori, si propone, attraverso il coinvolgimento delle persone, di piccole e grandi comunità, di trasformare il sistema dei rifiuti in Italia. Secondo un metodo bottom-up, nel quale parti individuali sono poi connesse tra loro in modo da formare componenti più grandi, interconnesse fino a realizzare un sistema completo. Si parte quindi dall’iniziativa dei cittadini ma di pari passo si lavora per una legge nazionale Rifiuti Zero, per la quale è stato presentato un progetto di legge di iniziativa popolare. Capannori è un comune in provincia di Lucca di 46 mila abitanti, con zero rifiuti per la strada.

Rossano-ErcoliniI cassonetti per l’immondizia sono un lontano passato, perché si fa la raccolta porta a porta per tutto; plastica, vetro, umido e carta. Con un’idea di circolarità per cui ciò che viene prodotto viene riutilizzato in modo da avere appunto zero rifiuti. È necessario investire nella formazione affinché vi sia una capillare sensibilizzazione verso queste buone pratiche, che non sarà possibile se le risorse sono destinate agli inceneritori.

Un passaggio strategico previsto sarà con la assunzione di responsabilità da parte degli imprenditori, l’introduzione del vuoto a rendere da estendere a tutti i contenitori, e la soluzione del problema degli imballaggi, penalizzando quelle confezioni che hanno un ciclo brevissimo di vita.

conferenza1_Ercolini_24nov2015Un altro passaggio importante è la realizzazione di Centri di ricerca sui rifiuti zero come quello di Capannori. Lo scopo è quello di studiare i prodotti rendendo evidenti le problematicità di smaltimento, proponendo all’industria soluzioni ambientali alternative economicamente compatibili. Un esempio sono le capsule del caffè, ma anche le ricerche che riguardano il riutilizzo di pannolini e pannoloni. Il progetto Lavanda di Bologna offre un servizio di noleggio e lavanderia di pannolini ecologici (lavabili e riutilizzabili) a nidi d’infanzia pubblici e privati del territorio provinciale, con un positivo effetto di impatto ambientale.
rifiutiL’autocompostaggio familiare può essere decisivo nella selezione degli scarti alimentari, da premiare con una corrispondente diminuzione della tassa rifiuti. Ma le buone pratiche tengono conto soprattutto della modifica degli stili di vita attraverso l’educazione, la formazione, di piccoli e grandi.

Il recupero, il baratto, la scelta di materiali riutilizzabili è necessario se si vuole agire in tempo per la sopravvivenza di un ambiente di vita sano. Abolire quindi scelte facili e dispendiose che purtroppo sono diventate comuni come l’utilizzo di piatti e bicchieri di plastica, anche nelle sagre, feste paesane, o nelle istituzioni scolastiche.

Ercolini ha teso a smitizzare il fatto che i paesi nordici siano più avanzati nello smaltimento dei rifiuti con la differenziata, a suo avviso le migliori raccolte organiche sono italiane e affinché esse siano ben fatte è necessario curarne l’aspetto delle qualità merceologiche, questo serve a compensare ad esempio il mancato guadagno per i rifiuti provenienti da altri comuni per lo smaltimento negli inceneritori.

vivi_SJacopo1Numerosi i partecipanti all’incontro e gli interventi.

In conclusione Irene per la associazione Vivi San Jacopo (ttps://www.facebook.com/vivisanjacopo) organizzatrice dell’incontro, ha confermato l’intenzione di fare di San Jacopo, attraverso i suoi abitanti, un quartiere eco sostenibile, volano di una più estesa partecipazione a livello di comunità.

Il Centenario della prima Guerra Mondiale,1915 – 1918


24 ottobre 1917, Caporetto- 24 ottobre 1918, Vittorio Veneto

 Paola Ceccotti

otto dix, la guerra durante un attacco di gas1Dopo la battaglia della Bainsizza l’Alto Comando Austro -Ungarico chiese all’alleato tedesco l’aiuto per una offensiva di alleggerimento che costringesse gli italiani ad arretrare. Il Comando tedesco rendendosi conto della necessità di impedire il crollo degli austriaci rispose alla richiesta inviando la XIV armata con 7 divisioni, artiglierie, e i mezzi necessari, purché questi fossero poi ritirati e resi disponibili per la preparazione dell’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del ’18.

Nel 1917 i tedeschi misero a punto una strategia che giocava sulla sorpresa tattica, sulla neutralizzazione delle comunicazioni tra le truppe e il comando e sulla infiltrazione nelle trincee nemiche. Il 24 ottobre 1917 gli Austriaci e le sette divisioni tedesche sfondarono le linee italiane nei pressi di Caporetto (oggi la slovena Kobarid) penetrando in profondità per centocinquanta chilometri. Gli ordini per la ritirata generale furono preparati la sera del 25 , sospesi poi sperando in un recupero, e quindi emanati definitivamente nella notte tra il 26 e il 27. Lo sfondamento del fronte provocò la rotta disordinata di centinaia di migliaia di soldati insieme a colonne di profughi con i pochi beni che erano riusciti a recuperare caricati sui carri, mentre gli austro tedeschi facevano un grande bottino in armi, materiali, e prigionieri. La linea del fronte italiano prima spostatasi sul Tagliamento si attestò sul Piave dove fu opposta strenua resistenza riuscendo a contenere l’espansione austro tedesca.
Cadorna, capo di stato maggiore, scaricò subito la responsabilità della sconfitta; la mattina del 25 telegrafò a Roma la notizia secondo cui i reparti avevano abbandonato le posizioni senza difenderle e il 27 comunicava al presidente del consiglio Boselli che l’esercito era caduto non a causa del nemico esterno ma di quello interno, parlo di viltà dei militari, di disfattisti sostenuti da socialisti e cattolici. In realtà, come venne appurato, le responsabilità erano attribuibili al comando di stato maggiore, alla mancanza nel coordinamento e nella direzione delle manovre, alla gestione unicamente repressiva di Cadorna verso le truppe, ed anche alle rivalità personali tra i generali.

Ecco come la vicenda venne vissuta dal soldato di cavalleria Anchise Breschi livornese, classe 1895, uno fra i tanti militari fatti prigionieri dagli austriaci a Caporetto ed abbandonato poi al destino dal Governo di Roma in uno dei campi di prigionia, fino al termine del conflitto, come risulta dal suo racconto di quei giorni, ritrovato dal figlio.
“Da radio – gavetta, circolava voce che il fronte avesse ceduto sull’Isonzo, ma non avevamo idea di cosa veramente stesse accadendo. C’era molta agitazione al Comando di Reggimento. La mia squadra ricevette l’ordine di partire immediatamente e pattugliare il ponte di Livenza, passaggio obbligato per un’eventuale ritirata delle truppe. Ricordo che ci mettemmo in marcia con i cavalli, al piccolo trotto. Pioveva già dalla mattina ed ero bagnato fin dalle ossa, mentre il cavallo si scoteva inquieto” si legge negli appunti.

72721b66-3911-4a78-8cec-26a091efe0f2E ancora: “Mano a mano che avanzavamo, s’udiva sempre più distinto ed insistente il rumore delle cannonate. Qui si mette male pensavo. Quando infine giungemmo a poca distanza dal ponte, sul fiume, ci rendemmo conto della gravità della situazione. Una vera fiumana di soldati e civili si riversava dal ponte verso la piana, una confusione indescrivibile di rumori, nella quale si perdevano le voci di comandi all’ordine da parte d’alcuni ufficiali. Non sapevamo cosa fare. Arginare quella fiumana di fuggiaschi era impossibile. I cavalli erano agitati e faticavamo a controllarli. Anche il caporale che ci guidava non sapeva quale decisione prendere… Sentimmo improvvisamente come dei latrati, prima lontani, poi sempre più vicini. Erano le voci rauche di comando degli Austriaci che si stavano avvicinando. Dunque, eravamo in trappola.”1
Anchise come gli altri fatti prigionieri venne dimenticato nei campi d prigionia, perché il comando italiano, a differenza di quello francese, non ritenne di far arrivare i pacchi di viveri, i rifornimenti, che sarebbero stati necessari alla sopravvivenza, visto che il nemico che li teneva prigionieri non ne aveva a sufficienza per le sue truppe. In più, doppia delusione, quando tornarono ebbero l’accoglienza che si riserva a chi “ha peccato contro la patria” (D’Annunzio). La propaganda si occupò della prigionia solo per ribadirne il carattere disonorante. “Il disastro di Caporetto, in cui 280.000 soldati caddero nelle mani del nemico, suggellò questa riprovazione: la responsabilità della disfatta era di chi si era arreso senza combattere o peggio aveva tradito”.2

La disfatta ebbe gravi conseguenze sul governo e sul Comando supremo e Cadorna venne sostituito con il generale Armando Diaz. Ma la minaccia di invasione era concreta ed anche i socialisti riformisti Turati e Treves esortarono alla resistenza, distaccandosi da ogni ipotesi di interpretazione eversiva della rotta di Caporetto.

vV2UOdzottodixtritticodellaguerra!

Per far fronte alle perdite umane venne chiamata la leva del 1899.

caporettoLa difesa sul monte Grappa e sul Piave, con limitati aiuti franco britannici, impedì che l’irruzione austro tedesca si estendesse alla Pianura Padana e nei mesi successivi l’esercito imperiale andò incontro ad un crollo su tutti i fronti.
Il 24 ottobre del 1918 il generale Diaz ordinò a Vittorio Veneto l’offensiva generale che ne provocò la definitiva disfatta; il 4 novembre emanò il “bollettino della vittoria” che “venne riprodotto in migliaia di lapidi e imparato a memoria da due generazioni di studenti”.3 La situazione nelle terre invase dopo la rotta di Caporetto è testimoniata dai documenti dei protagonisti di questa vicenda, come nel diario attribuibile alla maestra di Follina:

“Continuo e denso passaggio di truppe o carriaggi austriaci e germanici sotto una pioggia dirotta… Cominciano le depredazioni e la rapina dei viveri e d’altra roba nelle case abbandonate e anche in quelle abitate. Alle prime ore del mattino due soldati germanici sfondano la porta dell’ufficio postale per prendere una bicicletta che era all’interno. In poche ore vengono portate vie le biciclette, i cavalli, i rotabili di ogni genere. Le case dei contadini in specie dove si trova ancora il raccolto dell’annata, sono completamente saccheggiate. Mucche, maiali, pecore, granoturco, frumento, patate, vino, biancheria, vestiti, tutto, tutto è buono, tutto serve, di tutto si ruba.”4
Trincee-tedesche-durante-la-prima-guerra-mondialeElio Nerucci giovane pistoiese chiamato alla guerra a ventisei anni rende nelle pagine del suo diario viva testimonianza di quei giorni di sofferenza, smarrimento, in cui soldati e popolazione dovettero affrontare l’emergenza della lotta per la vita, quando ogni regola e quotidianità viene travolta dalla brutalità degli eventi. Eppure nelle pagine di quel quadernino in cui Elio ha trascritto le sue impressioni in lingua talvolta sgrammaticata e a cui la figlia ha provveduto a conferire una stesura omogenea, si avverte che insieme allo stupore, alla costernazione, c’è un comune sentire con la partecipazione al dolore degli altri; i vincoli umanitari legano gli attori di quella grande tragedia dando vita ad un corale grido di dolore.

Alcuni brani del diario:5

“Nei giorni ventitré e ventiquattro e nella notte del venticinque, il nemico aumentò il tiro di distruzione e logoramento. Tanto che c’era un sibilo continuo seguito da un rullo tambureggiante di colpi di cannone di ogni calibro. Noi si rispondeva solo con qualche colpo. In lontananza sentivamo, sulla nostra sinistra, che infuriava una gran battaglia con spari di mitraglia e fucileria… Il giorno venticinque, alle undici, venne l’ordine di prepararci per spostarsi da quelle posizioni. Il ventisette il nostro comandante credé inopportuno fare resistenza, perché eravamo minacciati di accerchiamento. Alle undici ci giunse ordine di rimetterci in marcia. Ci diedero un po’ di riso cotto nell’acqua e un po’ di Torigiana. Alle dodici si ripartì e ci fecero fare marcia indietro sulla via che avevamo fatto il giorno prima. Camminando fino a sera inoltrata, si passò da tanti paesi. E la folla di borghesi piangeva al nostro passaggio, perché il nemico non avrebbe tardato tanto ad arrivare alle loro case. I signori erano già scappati quasi tutti. Ma la povera gente, senza mezzi di trasporto, doveva restare lì e aspettare la sorte che gli toccava. Erano fanciulli, donne, vecchi, costernati dal dolore per l’invasione tedesca. Ma la nostra triste storia non ci dava sosta. Alle due del mattino venne l’ordine di rimettersi di nuovo in marcia per andare ancora indietro e portarsi aldilà del Tagliamento. Ma soprattutto per non farsi prendere prigionieri. Partimmo sotto una fitta pioggia che in poche ore rese le nostre vesti zuppe d’acqua.
Ma io mi sentivo così giù di forze, che mi ero accorto che non potevo andare più avanti. A rimanere lì mi dispiaceva lasciare gli amici: e poi restare nelle mani del nemico! Ma la fortuna mi volle assistere. In quel momento così triste si avvicinò un bambino. Mi guardò e mi disse: “Vi sentite male soldato?”. Io lo guardai e gli risposi: “Puteo -in dialetto- ho tanta fame”. Quel bambino partì a corsa avanti a noi. Dopo trecento metri si riavvicinò e mi diede un bel pezzo di pane alla contadina. Non potei trattenere le lacrime. Lo presi in braccio, lo baciai e gli dissi: “Tu mi hai salvato la vita. Sei stato tanto bravo. Il Dio ti darà sempre fortuna!”. Di tanto in tanto davo un morso a quel pane e una bevuta nelle fosse lungo la strada. L’acqua non mancava, perché pioveva a dirotto. Era gialla, ma la sete è brutta.… Si venne pochi chilometri sopra Schio. Ci colpì la Spagnola . Morirono molti ufficiali, tanto che una sera il colonnello mi mandò a Schio, nella stanza mortuaria, a portare due candele. Fra i tanti morti c’era il tenente Niccolai di Pisa, del mio reggimento. Ma ormai io avevo salvato la vita.
…Nel gennaio si partì da Schio e a forza di marce si rientrò a Livorno. A tutte le tappe che si faceva alto ci avevano preparato grandi feste. Si fece tappa pure a Pistoia e Montecatini. Sulla salita della strada che porta a Collodi, ci si fermò per due ore: sigarette, da bere, paste e panini imbottiti. Vicino a Lucca balli in molte case. Poi a Livorno un gran ricevimento e banchetto. Non pensavo mai però che finita la guerra il quattro novembre, a causa del Tribunale militare, avrei dovuto restare ancora sotto le armi fino al sedici agosto 1919. Alla fine non ho avuto né medaglia al valore, né pacco vestiario e nemmeno premi di congedo solo per aver avuto la scapataggine di scrivere quella lettera6 senza alcun fine di male. Spero che almeno la croce al merito mi verrà concessa. Questo non è un romanzo, ma il racconto della vita che trascorsi dal diciassette agosto 1916 al sedici agosto 1919. Elio Nerucci”

tower-of-london-papaveri-rossi-prima-guerra-mondialeI reduci sperimentarono il senso di estraneità, il non poter condividere l’esperienza di morte vissuta al fronte per l’impossibilità di tradurre in forme efficaci l’orrore della guerra. Sono forse certi dipinti in cui la realtà irrompe senza mediazioni, che meglio arrivano a comunicare in modo più immediato la carneficina della guerra e l’indifferenza della comunità ai dolori di chi l’ha sofferta.

Note:
  • 1. http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/11/05/news/cosi-mi-travolse-la-disfatta-di-caporetto-diario-di-anchise-soldato-livornese-1.1024643
  • 2. e 3. Ivi, pag. 468
  • 4. Follina. dal diario della maestra A. Calcinoni sabato 10 novembre 1917, in http://www.14-18.it/diario/Ms_11_5_001
  • 5. Elio Nerucci, Pinocchio in trincea – diario di un soldato toscano nella grande guerra, in:.http://www.nove.firenze.it/guerra/
  • 6. Ivi, “Nel tempo che mi trovavo a quel servizio scrissi una lettera alla famiglia. Gli dicevo che non stessero in pensiero, perché ero al sicuro (tanto per farli stare contenti) e in un punto della lettera spiegavo il servizio che facevo con le segnalazioni. Senza pensare al danno che potevo fare, mi venne detto che quando lanciavo un razzo con tre stelle verdi, le nostre artiglierie facevano fuoco. Quando la lettera passò alla censura, per la scapataggine di quella frase mi denunciarono al Tribunale di guerra.”
  • http://www.pisorno.it/centenario-1-guerra-mondiale/

1921: Livorno tra il congresso socialista e l’adunata dei fasci di combattimento


Livorno tra il congresso socialista e l’adunata dei fasci di combattimento. Precipitano le condizioni della democrazia

 Paola Ceccotti

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Il 15 gennaio 1921 si aprirono a al teatro Goldoni di Livorno, sede di una amministrazione comunale socialista appena insediata, i lavori del XVII Congresso del partito socialista che si conclusero dopo un dibattito turbolento con la scissione del partito.

I delegati della mozione comunista abbandonarono la sala, si recarono cantando l’Internazionale guidati da Bordiga al teatro S. Marco inaugurando il 1° Congresso Comunista. Facevano parte del nuovo partito Terracini, Gramsci, Grieco, Scoccimarro, Berti.

Secondo Arfé ci fu una incapacità del partito socialista di cogliere i segnali del cruciale momento politico sociale:
“Nel precedente biennio nessuno dei gruppi dirigenti era stato in grado di impostare in termini realistici il problema di dare uno sbocco alla tumultuaria volontà di potere delle masse. Il biennio che si apre con la scissione di Livorno e si chiude con la ‘ marcia su Roma’ sarà caratterizzato dalla incapacità della maggioranza massimalista di rendersi conto che la lotta è entrata in una nuova fase e di elaborare una linea di difesa attiva e di tradurla in atto” .

Teatro San Marco
Teatro San Marco

In conseguenza della formazione della nuova forza politica, nella seduta del Consiglio Comunale del 21 febbraio 1921 il Sindaco dava comunicazione delle dimissioni di Ilio Barontini dall’incarico di assessore supplente. Nel corso di tale seduta venne aperta la discussione sul bilancio preventivo 1921; il consigliere Barontini intervenne dichiarando di approvare il bilancio con la specificazione che mentre la minoranza bianca si lamentava dell’aggravio di imposte sulla proprietà immobiliare, la frazione comunista sosteneva invece che essa avrebbe dovuto essere gravata di più, “con la sovrimposta di 380 per ogni 100 lire di imposta erariale”.

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Spartaco Lavagnini sito web Anpi Grosseto
I consiglieri socialisti invece dicevano che non era comunque nello spirito socialista far scomparire la piccola proprietà ma realizzare forme di maggiore equità, e quindi mentre la borghesia aveva raddoppiato i dazi di consumo che colpivano i lavoratori, i socialisti intendevano colpire i redditi degli abbienti. Il bilancio venne approvato in prima lettura con 40 voti favorevoli e 10 contrari. Nella seduta successiva del 22 febbraio il Consiglio deliberava l’approvazione della sovrimposta su terreni e fabbricati e quella sui redditi di ricchezza mobile, punti cardinali del programma.
In quell’anno i Fasci di combattimento cercano di riorganizzarsi, creando strutture legate al territorio e rafforzando il coordinamento con altre formazioni locali.
Il 3 gennaio 1921 si insediava il Consiglio direttivo dei Fasci di combattimento nei locali dell’Unione Liberale; il 20 gennaio usciva il primo numero di “ A Noi!”, organo del fascio di combattimento di Livorno, direttore Paolo Pedani. Di ispirazione vagamente populista, cessò la pubblicazione poco dopo le elezioni dello stesso anno.

Sul territorio dilagava la violenza squadristica Viene ucciso a Firenze Spartaco Lavagnini che aveva aderito all’idea comunista dirigendo i cinque numeri del settimanale L’ Azione comunista” fino al 27 marzo quando venne freddato da quattro colpi di pistola sparati da alcuni squadristi.

Il 1921 fu l’anno in cui si fece sentire pesantemente la crisi industriale. Gli industriali reagirono con riduzioni salariali con una lotta aperta alle organizzazioni dei lavoratori ed in particolare verso gli operai sindacalizzati, in concomitanza alla parallela azione delle squadre fasciste. Cominciò ad essere praticato il licenziamento in massa degli operai in molti settori produttivi, in particolare in quello metallurgico-meccanico.

cantiere navale6Al Cantiere i primi licenziamenti avvennero in gennaio insieme a riduzioni di orario per tutti gli operai, in febbraio i licenziamenti interessarono anche la SMI, dove scesero in sciopero anche gli impiegati e i conduttori elettrici.

Nella seduta consiliare del 1° marzo 1921 veniva approvato in via definitiva il bilancio con l’unanimità dei presenti, con trentadue voti per alzata di mano, ma con l’assenza della minoranza capeggiata dall’avv. Corcos, cui il Sindaco aveva rivolto un appello non ascoltato ad essere presenti in aula.
Sull’intensificarsi degli attacchi alle istituzioni e alle organizzazione dei lavoratori venivano presentate interrogazioni parlamentari al ministro dell’Interno e al presidente del Consiglio dei ministri: Philipson demo-liberale “Sui dolorosi e gravissimi fatti di Firenze”; Coda di Rinnovamento “Sull’efferato eccidio dei marinai ad Empoli”; Targetti socialista “Sui fatti di Firenze”; Mascagni socialista “Sui fatti di Siena”; Treves socialista “Per sapere perché fu distrutta la casa del popolo di Siena”…
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Livorno nella guerra nella rivoluzione nell’impero edizione dei fasci di combattimento

Anche a Livorno la situazione precipitava con gravi incidenti nelle piazze dove trovava la morte anche il giovane fascista Ugo Botti. Il Sindaco per essersi rifiutato di esporre la bandiera a mezz’asta il 16 marzo veniva aggredito e percosso da un gruppo di giovani, verso le 23 mentre tornava alla propria abitazione di piazza Magenta. Le violenze non cessarono.

Il 15 marzo in corso Umberto la bottega dell’anarchico Campolmi viene devastata con “scambio di rivoltellate” All’indomani di questi scontri nello stesso teatro Goldoni che pochi mesi prima aveva ospitato il Congresso socialista si apriva la prima “Adunata regionale toscana dei Fasci di combattimento”, in preparazione al convegno nazionale di Roma, con consegna di gagliardetto ai partecipanti da parte delle rappresentanti femminili delle più note e facoltose famiglie della borghesia cittadina.

Nella cronaca cittadina si presenta un Goldoni decorato e addobbato per l’occasione con trofei, bandiere nazionali, piante ornamentali. I primi palchi ospitavano gli esponenti della borghesia con signora; i Menicanti, Trumpy, Tonci Ottieri (che sarà l primo podestà), Perti, Villarosa, Orlando, Cave Bondi. Alla adunata erano presenti Umberto Pasella a capo del Comitato centrale, e Alessandro Burnside segretario politico del fascio di Livorno, numerose le rappresentanze intervenute da altre città della Toscana.
goldoni.Tra gli interventi, quelli di Perrone (che avrebbe guidato dopo circa un anno le squadre fasciste della Toscana contro la legittima amministrazione comunale), e Pasella (già segretario della Camera del lavoro di Piombino, aderente all’USI prima di diventare interventista e poi segretario nazionale del Fascio ) che confermarono l’indifferenza per le questioni puramente teoriche a favore della supremazia dell’azione. Infatti le “adunate” si proponevano di creare legami territoriali, allargando la trama del movimento, che via via precisassero l’azione al di là di prospettive ideologiche.
In tale occasione venne pubblicato un opuscolo dal titolo “Orientamenti programmatici dei fasci italiani di combattimento” dove erano presentate varie relazioni con i seguenti argomenti: la posizione teorica e pratica del fascismo di fronte allo stato; l’assalto allo stato , la posizione del fascismo di fronte alla questione agraria, i fasci e l’organizzazione sindacale.

Il 26 marzo, giorno di sciopero per la liberazione del leader Malatesta, ci furono gravi scontri tra operai e squadre fasciste, impegnate dalla mattina alla sera a “tutelare la libertà del lavoro” ed  ad ostacolare in ogni modo la riuscita della protesta.

Livorno primo novecento, altri articoli:

Arrigo Catani: un combattente della guerra di Spagna


guerra di Spagna Arrigo CataniSettembre 1933. Arrigo Catani, giovane livornese di 24 anni, veniva trovato in possesso di stampa sovversiva e in ottobre era costretto ad espatriare in Corsica insieme ad altri 9 accesi sovversivi.

Raccontiamo qui in breve, facendo ricorso anche ai ricordi personali, la sua storia vissuta con passione e amore per la libertà

Paola Ceccotti

Negli anni ’60 Arrigo aveva una bottega in via delArdenza Terra, Via del Littorale (drogheria Simoni)Littorale dove si vendevano scarpe, pochi modelli semplici e adatti al mare, le Superga di quei tempi, scarpe da tennis che odoravano di gomma, e sandali di caucciù indispensabili per andare a fare il bagno sul viale di Antignano con discese molto impervie tra sassi e pietre.

Ricordo i bimbi della vicina colonia estiva che affollavano la bottega, accompagnati dalle suore, per comprare i sandali da mare. Antignano in quel periodo era un paese alla periferia della città, il viaggio con l’1 quasi interminabile, oltretutto al ritorno, d’inverno, le corse erano piuttosto limitate e si doveva non perdere l’ultima prima dell’imbrunire.

Alla bottega di Arrigo e Lea, come la chiamava lui abbreviando il nome di battesimo Leontina, si fermavano a chiacchierare persone le più diverse per passare il tempo. Arrigo interveniva raramente nella discussione mentre sistemava le scatole di scarpe o lavorava da calzolaio nel suo sgabuzzino in fondo al locale lasciando Lea a padroneggiare la scena; gli argomenti spaziavano dalla politica alla pittura alla cronaca del piccolo borgo. Si sentiva parlare di anarchia, di Malatesta come se fosse persona conosciuta molto da vicino, della Cina, di letteratura, di scrittori a quel tempo attuali, come Vittorini.  A casa da loro arrivavano riviste come Umanità Nova e altre sulla rivoluzione maoista piene di fotografie con schiere di cinesi perfettamente inquadrati dove esplodeva il colore rosso.

No_pasarán!_Madrid_modSapevo che Arrigo era stato in Francia e in Spagna nel 1936 come combattente, ma era impossibile immaginare un profilo rivoluzionario dietro quel pacifico e preciso ciabattino.
Poi, per caso. sfogliando il volume “Gli alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945)” raccolta di documenti anglo-americani sulla situazione italiana, tra le personalità livornesi dopo il Vescovo mons. Piccioni e il Sindaco Furio Diaz ho trovato con grande sorpresa che si parlava del leader Arrigo Catani come capo di una formazione politica non classificabile con le denominazioni partitiche classiche, si diceva: “… è membro del Comitato di Liberazione,… Ha dichiarato che il suo partito (che potrebbe consistere in 40-50 persone) simpatizzava per la dottrina comunista; non avevano nessun programma di partito ma volevano solamente essere democratici e avere sindacati indipendenti” Tale gruppo doveva essere tuttavia non privo di interesse se si era meritato l’attenzione delle truppe alleate.
Spinta dalla curiosità, ho continuato a cercare quaanarchia livornolche altro riferimento, ma purtroppo alla sede anarchica di Livorno non esisteva più documentazione storica essendo stato trasferito tutto all’Archivio della Federazione Anarchica Italiana in Imola dall’aprile 1988, a seguito di un delibera congressuale del FAI del 1987, e d’altra parte erano ormai scomparse le persone, quegli anarchici che frequentavano la casa e la bottega di Antignano che avrebbero potuto portare ulteriori testimonianze su quei fatti di ottanta e più anni fa.

Ma un concreto riferimento alla attività di Arrigo Catani era comunque reperibile in albi istituzionali da cui risultava un’intensa attività di impegno politico antifascista, come ad esempio nell’ archivio dell’Istituto Grossetano della resistenza e dell’età contemporanea dove troviamo i seguenti dati :

Nome del volontario: CATANI ARRIGO
Nome di battaglia: Si firma Baffino Luogo di nascita: Livorno
Appartenenza politica: Anarchico
Battaglione/Brigata: Colonna Ascaso (Colonna italiana “Rosselli”)
Professione: Facchino, falegname, marmista, calzolaio
Biografia: Nato il 5/6/1909 a Livorno LI da Alfredo e Annunziata Manetti.
Fermato nel settembre 1933 per possesso di stampa sovversiva, espatria nell’ottobre per sfuggire al carcere prima in Corsica poi, espulso, nel 1934 è a Marsiglia.
Continua l’attività antifascista all’estero, iscritto in Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche.
È in Spagna dall’agosto 1936, nel febbraio 1937 è segnalato come combattente nella Colonna italiana.
Dopo i fatti di Barcellona, lascia la Spagna ed è a Marsiglia, Parigi e Bruxelles.
Nel 1939 è arrestato e condannato a 3 mesi di carcere.
Nell’agosto 1943 rientra in Italia e partecipa alla Resistenza a Livorno. Muore ad Antignano (LI) il 17/12/1977. Note: Compagno di Armida Prati

 E ancora:

  • Catani Arrigo Note: compagno di Armida Prati “…nell’agosto 1943 rientra in Italia, viene incarcerato e condannato dopo tre mesi carcere, e liberato dopo l’8 settembre. In seguito partecipa alla Resistenza a Livorno. Dal 1950 al 1956 è di nuovo in Francia. Nel dopoguerra continua ad essere vigilato. Muore ad Antignano (LI) il 17/12/1977.”
  • Prati Armida era figlia di Maria Amalia Melli sorella di Elena Melli compagna di Malatesta. Luogo di nascita: Apt (Vaucluse). Negli anni trenta compagna dell’anarchico di Livorno Arrigo Catani. Nell’estate del 1936 passa in Spagna insieme a Catani e con lui si arruola nella Colonna Ascaso (Colonna italiana “Rosselli”)

Unità archivistica busta/e 1179  fasc. denominazione: Catani Arrigoanarchia1

estremi cronologici: 1933-1943
nota archivistica
nel fascicolo è presente: scheda biografica
Informazioni personali
data di nascita: 1909
luogo di nascita : Livorno – Toscana
luogo di residenza : Belgio
colore politico:anarchico
condizione/mestiere/professione: facchino, falegname
annotazioni rispostate sul fascicolo: iscritto alla Rubrica di frontiera

guerra spagna rodomonteUnità archivistica busta/e 4113 fasc. denominazione:  Pradi Armida

estremi cronologici: 1937-1942nota archivisticanel fascicolo è presente: scheda biografica
Informazioni personali
data di nascita: 1918
luogo di nascita : Francialuogo di residenza : belgiocolore politico : comunistacasalingafacchino, falegname
annotazioni rispostate sul fascicolo: iscirtto alla Rubrica di frontiera
codice identificativo P12488

Nel 1926, all’indomani della presa di potere del fascismo, si era costituito il gruppo anarchico “Fiorentina”(dal nome del rione di Livorno); il 6.10.1933 Arrigo era costretto ad espatriare con Nesi Rodomonte ed altri via mare, approdavano a Bastia e poi si trasferivano a Marsiglia.  La piccola imbarcazione con cui il gruppo riuscì a raggiungere Bastia era stata reperita da Nesi che come pescatore conosceva l’ambiente della piccola marineria e dei calafati.

250px-Colonna_Ascaso
Al principio del ’37 le autorità italiane venivano informate dei nominativi componenti la Colonna Ascaso; comunisti, socialisti, anarchici, tra cui Arrigo. La “fonte” era stata una spia che aveva copiato gli appunti di un sovversivo, tornato dalla Spagna. La stessa fonte nel ’38 aveva poi riferito l’elenco degli anarchici che avevano combattuto sul fronte di Huesca, tra cui si trovava menzionato Arrigo Catani.
I volontari livornesi nella guerra antifascista di Spagna 1936 – 1939 provenivano da ideologie politiche diverse ma erano tutti accomunati dal comune spirito antifascista.

Le varie appartenenze politiche sono indicate da Giancarlo Pajetta nel suo lavoro “Livornesi oltre i Pirenei”: 24 Comunisti, 18 Anarchici, 4 Socialisti, 4 Antifascisti, così come si qualificarono al momento dell’arruolamento. I caduti furono: Gasparri Menotti, Pessi Ovidio, Perini Giulio, Lorenzini Ugo, Nesi Rodomonte, Lastrucci Primo, Marrucai Oreste, Santigli Lionetto. Complessivamente vennero censiti:

Anselmi Luigi, Aureli Pietro, Barontini Ilio, Bientinesi Armando, Bonsignori Alfredo, Bruschi Angiolo, Cacciari Pasquale, Cafiero Giglielmo, Camici Corrado, Campani Corrado, Cardenti Ugo, Catani Arrigo, Ceccarini Mario, Ceccherini Silvano, Chiesa Mazzini, Chiesa Oberdan, Corsi Lanciotto, Demi Aldo, Fantozzi Renzo, Fossi Egidio, Frangini Aladino, Guerrieri Settimo, Launaro Anna, Lorenzini Urbano, Luperini Luigi, Marconi Mario, Meucci Cafiero, Nannucci Guglielmo, Quaglierini Ettore, Quiriconi Bruno, Rabuzzi Dino, Rossi Impero, Scotto Arturo Silvano, Senesi Attilio, Soldaini Giovanni, Tonelli Liberale, Tonelli Roberto, Torcelli Tommaso, Ulivelli Francesco, Viacava Edgardo.
hem day
Catani, insieme a Meucci Cafiero e altri, aderiva all’inizio del ’39 al gruppo collegato all’intellettuale “Hem Day” libertario antimilitarista ma, nell’aprile dello stesso anno con altri anarchici italiani veniva accompagnato alla frontiera francese riuscendo comunque  a rientrare clandestinamente. Ritornava in Italia nel 1943 ed era di nuovo in Francia fino al 1956 quando tornava definitivamente in Italia, come si ricava dalle schede politiche.

Una vita piuttosto avventurosa per un umile calzolaio

La guerra di Spagna vide partire volontari di diversa fede politica. L’impegno di lotta aperta al regime fascista in momenti in cui tale adesione significava rinuncia all’identità, agli affetti più cari, merita il conforto della memoria, e deve essere senz’altro una svista che il nominativo di Arrigo Catani, benché citato in vari lavori e documenti ufficiali non trovi riscontro nell’elenco dell’ANPPIA di Livorno.

Fonti:

Basi D., La partecipazione degli antifascisti toscani alla guerra civile di Spagna (1936-1939), relatore Gallerano
N., Tesi di laurea non pubblicata, Università degli Studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia (Corso di Laurea in Lettere Moderne),
A.A. 1993-1994// Isrt (fondo ANPI) // Antifascisti nel Casellario Politico Centrale, a cura di Dal Pont A.,
ANPPIA, Roma, 1988-1995, 19 voll. // ACS CPC // Bucci F., Bugiani R., Carolini S., Tozzi A.,
Gli antifascisti grossetani nella guerra civile spagnola, La Ginestra, Follonica, 2000 // Bucci F., Carolini S., Gregori A. e Piermaria G. “il Rosso”, “il Lupo” e “Lillo”.
Gli antifascisti livornesi nella guerra civile spagnola, La Ginestra, Follonica, 2009
Accademia Toscana di Scienze e lettere “La Colombaria”, studi CXCIII, “Gli alleati e la ricostruzione in Toscana (1944-1945)” II, a cura di Roger Absalom, Firenze, Leo S. Olschki ed., MMI ivi, Le “veline” della PWB, pag. 689
AA.VV., Ricordare la guerra di Spagna 1936-1939, Atti del Convegno, 8 aprile 1999, ed. Bandecchi e Vivaldi
“Livornesi oltre i Pirenei, a cura di G. Pajetta, 2012; Memorie combattenti di Spagna

lunedì 2 novembre 2015


Concorso Nazionale di Poesia "Liburni Arte" 2015

Premio speciale per la mia poesia "Livorno dell'acqua" che traduce in parole sentimenti e ricordi della mia infanzia. Ringrazio la giuria per questo riconoscimento.

Una poesia scritta tanti anni fa e già pubblicata nella raccolta "Salsedine" con lo pseudonimo di Lea Stacchi nel 2011.
 




domenica 25 ottobre 2015

24 ottobre 1917 Caporetto 24 ottobre 1918 Vittorio Veneto

Centenario 1^ Guerra Mondiale 1915 - 1918

24 ottobre 1917 Caporetto
24 ottobre 1918 Vittorio Veneto



Dopo la battaglia della Bainsizza l'Alto Comando Austro -Ungarico chiese all'alleato tedesco l'aiuto per una offensiva di alleggerimento che costringesse gli italiani ad arretrare. Il Comando tedesco rendendosi conto della necessità di impedire il crollo degli austriaci rispose alla richiesta inviando la XIV armata con 7 divisioni, artiglierie, e i mezzi necessari, purché questi fossero poi ritirati e resi disponibili per la preparazione dell'offensiva sul fronte occidentale nella primavera del '18.
Nel 1917 i tedeschi avevano messo a punto una strategia che giocava sulla sorpresa tattica, sulla neutralizzazione delle comunicazioni tra le truppe e il comando e sulla infiltrazione nelle trincee nemiche.
Il 24 ottobre 1917 gli Austriaci e le sette divisioni tedesche sfondarono le linee italiane nel pressi di Caporetto (oggi la slovena Kobarid)  penetrando in profondità per centocinquanta chilometri. Gli ordini per la ritirata generale furono preparati la sera del 25 , sospesi poi sperando in un recupero, e quindi emanati definitivamente nella notte tra il 26 e il 27.
Lo sfondamento del fronte provocò la rotta disordinata di centinaia di migliaia di soldati insieme a colonne di profughi con i pochi beni che erano riusciti a recuperare caricati sui carri, mentre gli austro tedeschi facevano un grande bottino in armi, materiali, e prigionieri.
La linea  del fronte italiano prima spostatasi sul Tagliamento si attestò sul Piave dove fu opposta strenua resistenza riuscendo a contenere l'espansione austro tedesca.

Cadorna, capo di stato maggiore, scaricò subito la responsabilità della sconfitta; la mattina del 25 telegrafò a Roma la notizia secondo cui i reparti avevano abbandonato le posizioni senza difenderle e il 27 comunicava al presidente del consiglio Boselli che l'esercito era caduto non a causa del nemico esterno ma di quello interno, parlo di viltà dei militari, di disfattisti sostenuti  da socialisti e cattolici. In realtà, come venne appurato, le responsabilità erano attribuibili al comando di stato maggiore, alla mancanza nel coordinamento e nella direzione delle manovre, alla gestione unicamente repressiva di Cadorna verso le truppe, ed anche alle rivalità personali tra i generali.
Ecco come la vicenda venne vissuta dal soldato di cavalleria Anchise Breschi livornese, classe 1895, uno fra i tanti militari fatti prigionieri dagli austriaci a Caporetto ed abbandonato poi al destino dal Governo di Roma in uno dei campi di prigionia, fino al termine del conflitto, come risulta dal suo racconto di quei giorni, ritrovato dal figlio.
"Da radio - gavetta, circolava voce che il fronte avesse ceduto sull'Isonzo, ma non avevamo idea di cosa veramente stesse accadendo. C'era molta agitazione al Comando di Reggimento. La mia squadra ricevette l'ordine di partire immediatamente e pattugliare il ponte di Livenza, passaggio obbligato per un'eventuale ritirata delle truppe. Ricordo che ci mettemmo in marcia con i cavalli, al piccolo trotto. Pioveva già dalla mattina ed ero bagnato fin dalle ossa, mentre il cavallo si scoteva inquieto" si legge negli appunti. E ancora: "Mano a mano che avanzavamo, s'udiva sempre più distinto ed insistente il rumore delle cannonate. Qui si mette male pensavo. Quando infine giungemmo a poca distanza dal ponte, sul fiume, ci rendemmo conto della gravità della situazione. Una vera fiumana di soldati e civili si riversava dal ponte verso la piana, una confusione indescrivibile di rumori, nella quale si perdevano le voci di comandi all'ordine da parte d'alcuni ufficiali. Non sapevamo cosa fare. Arginare quella fiumana di fuggiaschi era impossibile. I cavalli erano agitati e faticavamo a controllarli. Anche il caporale che ci guidava non sapeva quale decisione prendere… Sentimmo improvvisamente come dei latrati, prima lontani, poi sempre più vicini. Erano le voci rauche di comando degli Austriaci che si stavano avvicinando. Dunque, eravamo in trappola."

Anchise come gli altri fatti prigionieri venne dimenticato nei campi d prigionia, perché il comando italiano, a differenza di quello francese, non ritenne di far arrivare i pacchi di viveri, i rifornimenti, che sarebbero stati necessari alla sopravvivenza, visto che il nemico che li teneva prigionieri non ne aveva a sufficienza per le sue truppe. In più, doppia delusione, quando tornarono ebbero l'accoglienza che si riserva a chi “ha peccato contro la patria” (D'Annunzio). La propaganda si occupò della prigionia solo per ribadirne il carattere disonorante. “Il disastro di Caporetto, in cui 280.000 soldati caddero nelle mani del nemico, suggellò questa riprovazione: la responsabilità della disfatta era di chi si era arreso senza combattere o peggio aveva tradito”.

La disfatta ebbe gravi conseguenze sul governo e sul Comando supremo e Cadorna venne sostituito con il generale Armando Diaz.
Ma la minaccia di invasione era concreta ed anche i socialisti riformisti Turati e Treves esortarono alla resistenza, distaccandosi da ogni ipotesi di interpretazione eversiva della rotta di Caporetto.
Per far fronte alle perdite umane venne chiamata la leva del 1899.
La difesa sul monte Grappa e sul Piave, con limitati aiuti franco britannici, impedì che l'irruzione austro tedesca si estendesse alla Pianura Padana e nei mesi successivi l'esercito imperiale andò incontro ad un crollo su tutti i fronti.
Il 24 ottobre del 1918 il generale Diaz ordinò a Vittorio Veneto l'offensiva generale che ne provocò la definitiva disfatta; il 4 novembre emanò il “bollettino della vittoria” che “venne riprodotto in migliaia di lapidi e imparato a memoria da due generazioni di studenti”.
La situazione nelle terre invase dopo la rotta di Caporetto è testimoniata dai documenti dei protagonisti di questa vicenda, come nel diario attribuibile alla maestra di Follina: “Continuo e denso passaggio di truppe o carriaggi austriaci e germanici sotto una pioggia dirotta… Cominciano le depredazioni e la rapina dei viveri e d'altra roba nelle case abbandonate e anche in quelle abitate. Alle prime ore del mattino due soldati germanici sfondano la porta dell'ufficio postale per prendere una bicicletta che era all'interno. In poche ore vengono portate vie le biciclette, i cavalli, i rotabili di ogni genere. Le case dei contadini in specie dove si trova ancora il raccolto dell'annata, sono completamente saccheggiate. Mucche, maiali, pecore, granoturco, frumento, patate, vino, biancheria, vestiti, tutto, tutto è buono, tutto serve, di tutto si ruba.”

Elio Nerucci giovane pistoiese chiamato alla guerra a ventisei anni rende nelle pagine del suo diario viva testimonianza di quei giorni di sofferenza, smarrimento, in cui soldati e popolazione dovettero affrontare l'emergenza della lotta per la vita, quando ogni regola e quotidianità viene travolta dalla brutalità degli eventi. Eppure nelle pagine di quel quadernino in cui Elio ha trascritto le sue impressioni in lingua talvolta sgrammaticata e a cui la figlia ha provveduto a conferire una stesura omogenea, si avverte che insieme allo stupore, alla costernazione, c’è un comune sentire con la  partecipazione al dolore degli altri; i vincoli umanitari legano gli attori di quella grande tragedia  dando  vita ad un corale grido di dolore.



Alcuni brani del diario:
“Nei giorni ventitré e ventiquattro e nella notte del venticinque, il nemico aumentò il tiro di distruzione e logoramento. Tanto che c'era un sibilo continuo seguito da un rullo tambureggiante di colpi di cannone di ogni calibro. Noi si rispondeva solo con qualche colpo. In lontananza sentivamo, sulla nostra sinistra, che infuriava una gran battaglia con spari di mitraglia e fucileria… Il giorno venticinque, alle undici, venne l'ordine di prepararci per spostarsi da quelle posizioni.
Il ventisette il nostro comandante credé inopportuno fare resistenza, perché eravamo minacciati di accerchiamento. Alle undici ci giunse ordine di rimetterci in marcia. Ci diedero un po' di riso cotto nell'acqua e un po' di Torigiana. Alle dodici si ripartì e ci fecero fare marcia indietro sulla via che avevamo fatto il giorno prima. Camminando fino a sera inoltrata, si passò da tanti paesi. E la folla di borghesi piangeva al nostro passaggio, perché il nemico non avrebbe tardato tanto ad arrivare alle loro case. I signori erano già scappati quasi tutti. Ma la povera gente, senza mezzi di trasporto, doveva restare lì e aspettare la sorte che gli toccava. Erano fanciulli, donne, vecchi, costernati dal dolore per l'invasione tedesca.
Ma la nostra triste storia non ci dava sosta. Alle due del mattino venne l'ordine di rimettersi di nuovo in marcia per andare ancora indietro e portarsi aldilà del Tagliamento. Ma soprattutto per non farsi prendere prigionieri. Partimmo sotto una fitta pioggia che in poche ore rese le nostre vesti zuppe d'acqua.
Ma io mi sentivo così giù di forze, che mi ero accorto che non potevo andare più avanti. A rimanere lì mi dispiaceva lasciare gli amici: e poi restare nelle mani del nemico! Ma la fortuna mi volle assistere. In quel momento così triste si avvicinò un bambino. Mi guardò e mi disse: "Vi sentite male soldato?". Io lo guardai e gli risposi: "Puteo -in dialetto- ho tanta fame". Quel bambino partì a corsa avanti a noi. Dopo trecento metri si riavvicinò e mi diede un bel pezzo di pane alla contadina. Non potei trattenere le lacrime. Lo presi in braccio, lo baciai e gli dissi: "Tu mi hai salvato la vita. Sei stato tanto bravo. Il Dio ti darà sempre fortuna!". Di tanto in tanto davo un morso a quel pane e una bevuta nelle fosse lungo la strada. L'acqua non mancava, perché pioveva a dirotto. Era gialla, ma la sete è brutta.
… Si venne pochi chilometri sopra Schio. Ci colpì la Spagnola . Morirono molti ufficiali, tanto che una sera il colonnello mi mandò a Schio, nella stanza mortuaria, a portare due candele. Fra i tanti morti c'era il tenente Niccolai di Pisa, del mio reggimento. Ma ormai io avevo salvato la vita.
...Nel gennaio si partì da Schio e a forza di marce si rientrò a Livorno. A tutte le tappe che si faceva alto ci avevano preparato grandi feste. Si fece tappa pure a Pistoia e Montecatini. Sulla salita della strada che porta a Collodi, ci si fermò per due ore: sigarette, da bere, paste e panini imbottiti. Vicino a Lucca balli in molte case. Poi a Livorno un gran ricevimento e banchetto. Non pensavo mai però che finita la guerra il quattro novembre, a causa del Tribunale militare, avrei dovuto restare ancora sotto le armi fino al sedici agosto 1919. Alla fine non ho avuto né medaglia al valore, né pacco vestiario e nemmeno premi di congedo solo per aver avuto la scapataggine di scrivere quella lettera  senza alcun fine di male. Spero che almeno la croce al merito mi verrà concessa.
Questo non è un romanzo, ma il racconto della vita che trascorsi dal diciassette agosto 1916 al sedici agosto 1919.Elio Nerucci”



I reduci sperimentarono il senso di estraneità, il non poter condividere  l’esperienza di morte vissuta al fronte per l’impossibilità di tradurre in forme efficaci l’orrore della guerra. Sono forse certi dipinti in cui la realtà irrompe senza mediazioni, che meglio arrivano a comunicare in modo più immediato la carneficina della guerra e l’indifferenza della comunità ai dolori di chi l’ha sofferta.

Note:

 http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/11/05/news/cosi-mi-travolse-la-disfatta-di-caporetto-diario-di-anchise-soldato-livornese-1.10246432

 M. Isenghi – G. Rochat, La Grande Guerra, il Mulino, 2008

 Follina. dal diario della maestra A. Calcinoni sabato 10 novembre 1917, in http://www.14-18.it/diario/Ms_11_5_001

 Elio Nerucci, Pinocchio in trincea – diario di un soldato toscano nella grande guerra, in:.http://www.nove.firenze.it/, “Nel tempo che mi trovavo a quel servizio scrissi una lettera alla famiglia. Gli dicevo che non stessero in pensiero, perché ero al sicuro (tanto per farli stare contenti) e in un punto della lettera spiegavo il servizio che facevo con le segnalazioni. Senza pensare al danno che potevo fare, mi venne detto che quando lanciavo un razzo con tre stelle verdi, le nostre artiglierie facevano fuoco. Quando la lettera passò alla censura, per la scapataggine di quella frase mi denunciarono al Tribunale di guerra.”


Paola Ceccotti